
regia: Steven Spielberg
produzione: USA, 2026 – 145’
visto: Lumière
L’unica maniera in cui si può parlare bene di questo film è considerarlo un film per bambini. Bambini piccoli. Sei anni, massimo massimo sette se dicembrini.
D’altro canto la propensione al fanciullesco si fa evidente man mano ci si avvicina alla conclusione.
Sappiamo già tutti che si parla di alieni extraterrestri.
La storia comincia in Virginia, dove e quando gli uomini della Wardex Corporation mettono le mani su Daniel Kellner (Josh O’Connor), un ex dipendente responsabile di una fuga di dati. Alla cattura prende parte ovviamente anche Noah Scanlon (Colin Firth), il CEO della Wardex, perché si vede che la situazione richiede l’intervento dei pezzi grossi.
La Wardex infatti è una gigantesca agenzia super tecnologica e super segreta, che opera per la sicurezza degli USA, e nella sorveglianza dei suoi cittadini, a livelli che sono sopra la politica e sopra i Presidenti, e che da almeno ottant’anni raccoglie, governa e agisce su qualsiasi interazione con la vita extraterrestre, beninteso celando tutte queste attività ai cittadini e contribuenti americani (e cioè a tutto il mondo conosciuto).
Adesso però Daniel (e con lui alcuni amici e ex-colleghi) minaccia di rivelare al mondo intero (cioè agli Stati Uniti d’America) l’inquietante verità sulla vita aliena, una verità finora condivisa solo dalle altissime sfere e da quelle poche migliaia di iniziati, che invece sapevano già tutto da sempre, senza avere bisogno di prove.
Parallelamente in Kansas, la meteorina Margaret Fairchild (Emily Blunt) riceve la visita dello Spirito Santo, sotto forma di un uccellino che le entra in casa dalla finestra, e comincia a parlare le lingue.
Questi due personaggi principali condividono un legame che ha a che fare con i visitatori dallo spazio profondo e, pur non conoscendosi, sono destinati a incontrarsi dopo mille peripezie. Nel loro cercarsi sono coadiuvati da Hugo Wakefield (Colman Domingo nella parte di Idris Elba), ex capo di Daniel e nemesi di Scanlon, ma vengono ostacolati non solo dalla Wardex e dall’FBI, ma soprattutto dai rispettivi partner, che per buona parte del film ignorano la portata della vicenda e che canalizzano le riflessioni dell’uomo e della donna comuni.
Più si va avanti, e più la dimensione spy viene meno, lasciando spazio prima a quella action e infine alla fiaba moraleggiante sulle colpe, le responsabilità e le potenzialità dell’Umanità (cioé degli Stati Uniti d’America).
Se Spielberg avesse voluto fare una nuova zuccherosa versione di “E.T” o di “Incontri Ravvicinati” per gli anni ‘20, non ci sarebbe stato niente di ridire.
Peccato però che Disclosure Day venga presentato al mondo avvolto da una seriosità e da un’epica che pretendono una risposta dal tipo di pubblico che interpella. Non si tratta solo di marketing: oltre a intrattenere – forse – lo stereotipo del seienne americano, ancora privo di un’idea del mondo, della Storia, della scienza e dei mass-media (ovvero l’unico target che può farsi prendere dalle assurdità infilate in questa baracconata senza aggrapparsi ai braccioli della poltrona urlando macheccazz ogni due minuti), Spielberg e Koepp strizzano più di un occhio a quella platea di appassionati di complotti, sempre pronti a fare il debunking di ogni teoria comunemente accettata e/o validata, per sostituirla con fantasiose pagliacciate a cui sentono di convertire il prossimo.
Secondo le stesse logiche, Disclosure Day piega e soffoca realismo, razionalità e buon senso pur di promuovere la sua verità carica di retorica e subdolamente colonialista.
Non mi voglio addentrare in una critica ideologica anni ‘70, e nemmeno perdere tempo a far la punta ai chiodi elencando tutte le incoerenze di una sceneggiatura che, per esempio, sfrutta la tecnologia a piacere facendola comparire e scomparire alla bisogna (una mega ditta all’avanguardia in sorveglianza e sicurezza che non possiede un drone che sia uno, e personaggi che usano lo smartphone per chiamare casa e chiedere informazioni chiaramente reperibili su Google o Safari, senza parlare di quella batteria di chiavette usb superveloci che in un amen caricano terabyte di file su ottant’anni di filmati in 4K)
Il problema è che quella che comincia come una tesissima spy-sci-story dove X-Files incontra Wikileaks, diventa già dopo i primi minuti quel tipo di film dove tutte le auto partono sgommando, i cattivi arrivano sempre un attimo dopo e i precipizi un attimo prima, dove le cicatrici guariscono nel tempo di una bella dormita e i fuggiaschi fanno mosse che neanche il più rovinato dei pusher, ma buon per loro che la giga company ultra tecnologica e ultrasegreta, oltre ai droni non usa nemmeno gli elicotteri.
E anche qua i minuti sono centoquarantacinque.
Vien lunga, non solo per le continue provocazioni alla sospensione dell’incredulità, ma soprattutto (almeno per quel che mi riguarda) per quel sottotesto ideologico di cui parlavo prima, talmente smaccato da far sospettare sia addirittura inconsapevole.
L’idea alla base del film è che gli alieni abbiano donato all’umanità due cose fondamentali: le competenze tecniche (Daniel Kellner è un matematico e nel film si cita spesso la retroingegneria) e l’empatia (Margaret Fairchild sgomina ogni resistenza e si libera da ogni ostacolo entrando in contatto con la sfera emotiva di chi incontra, parlando lingue non sue e leggendo i sentimenti degli altri).
Di fatto si attribuisce all’intervento esterno l’origine dei tratti fondamentali che, per convenzione, distinguono la specie umana dal resto del regno animale.
Anzi, alcuni animali sono la forma che gli alieni adottano per manifestarsi agli umani. Perché gli animali sono una forma di vita basica: ingenui, innocenti, innocui.
Ovviamente gli umani ringraziano a modo loro gli alieni dei doni ricevuti, imprigionandoli e massacrandoli, come d’altronde hanno fatto con Gesù Cristo.
(Piuttosto buffo come la commozione che Spielberg vorrebbe indurre per i poveri alieni bistrattati non si incroci mai nemmeno lontanamente con il genocidio dei nativi americani o con la schiavitù e la segregazione degli afroamericani.)
Già, perché in questa storia non poteva certo mancare Dio.
Come nel Prometheus di Ridley Scott, l’idea di un’origine aliena della vita va a confliggere con il Vecchio Testamento e impone una scelta, che Spielberg risolve facendo dire a una suora che Dio vale solo per il pianeta Terra. Cioè, ancora una volta, per gli Stati Uniti d’America.
Creazionismo batte evoluzionismo sette a zero e cappotto.
Addio al significato dello studio e al metodo scientifico, addio alla teoria del linguaggio, e addio anche alla storia delle religioni e a millenni di politeismo e animismo. D’altronde l’umanità intera si è da sempre data un solo e unico Dio, un Dio Padre creatore del cielo e della terra eccetera eccetera.
Ma facciamo un altro passo sulla strada tracciata da Disclosure Day.
Come nelle peggiori pagine di meme, gli alieni si sono manifestati solo sul suolo nordamericano.
A quanto pare africani, asiatici, indiani, latini, paneuropei e australiani o giù di là, non ne sanno niente degli alieni, non gli è mai neanche venuto in mente. A dirla tutta non si sa neanche se esistano altre nazionalità fuori dagli USA. Gli unici altri paesi menzionati sono Corea del Nord e Russia, il pacchetto base dei nemici della libertà, e vengono citati solo perché, minacciando di innescare una guerra mondiale, rischiano di far saltare in aria l’ideale di armonia e prosperità perseguito dagli americani.
Ora, se gli alieni hanno consegnato la conoscenza e l’empatia agli umani, e se a quanto pare gli unici contatti registrati li hanno avuti con umani statunitensi, dobbiamo dedurne che in una qualche metaforica maniera la Storia dell’Umanità possa essere confinata all’interno di una porzione di terra che va dal New Mexico all’Alaska. Il mondo, geograficamente, storicamente e idealmente, comincia e finisce con gli Stati Uniti d’America.
È chiaro che la maggior parte di queste critiche si possano copiare e incollare su qualsiasi commento a quasi qualsiasi cinecomic o blockbuster hollywoodiano, ed è altrettanto chiaro che non credo proprio che né Spielberg né David Koepp credano ciecamente nell’egemonia culturale e morale del loro paese.
È molto più probabile che le tante storture della loro sceneggiatura dipendano più dal tempo impiegato nel lavorarla, dagli anni passati dal primo soggetto all’inizio delle riprese. Solo così mi posso spiegare oltre a tutte le incongruenze diciamo tecnologiche, anche quegli aspetti legati alla rappresentazione che oggi suonano così stonati.
(mi chiedo però a cosa servano gli screen test, a questo punto)
Credo però che a molti, moltissimi americani e a molto, moltissimo pubblico globalmente, faccia davvero piacere farsela raccontare così. Lasciarsi illudere da un mondo di buoni coraggiosi e cattivi incapaci, governato e protetto dal grande spirito americano dell’hic et nunc. Qui e ora. Non importa cos’è successo prima, non importa cosa succederà domani. Non importa cosa succede oltre la siepe del mio giardino. Non importa il perché o il percome.
Il mio problema con Spielberg è che dal suo talento e dai suoi mezzi mi aspetto sempre uno scatto di orgoglio in più, vorrei vedere più “Il Colore Viola” o più “The Post”, più cinema d’autore e un po’ meno di questi kolossal proni alla pancia di un pubblico così facile e così ancorato agli anni ‘80.
Perciò sì, possiamo anche provare a fingerci di nuovo bambini, vergini di esperienze e consapevolezza, pur di goderci questo film, ma alla fine dei conti questa specie di lobotomia sembrerà un prezzo un po’ troppo alto per un’esperienza ben poco utile, che anzi delle due potrebbe fare più male che bene.
Forse siamo ormai cresciuti troppo, o forse, più semplicemente e per fortuna, non siamo mica gli americani.