GODLAND

il

regia: Hlynur Pálmason
produzione: Danimarca, Islanda, Francia, Svezia, 2022 – 143’
visto: Cinema Teatro Galliera

Vai su Mymovies e vedi che questo film ha più stelle di un cielo d’agosto. Possibile, ma mi pare un giudizio influenzato dalla mediocrità delle uscite di questi due o tre anni, dove onestamente si fatica a trovare titoli che abbiano davvero qualcosa da dire.
A proposito di reticenze, questo Godland in particolare sembra voler dire il meno possibile. Per esempio, per collocare temporalmente la storia, l’unica traccia è la presenza fondamentale della fotografia al collodio umido, tecnica in uso nella seconda metà dell’Ottocento. Come in certi romanzi che prendono le mosse dal ritrovamento di un qualche manoscritto, il pretesto che ispira il racconto è la scoperta di sette antiche lastre fotografiche sul suolo islandese, il cui formato è ripreso dal taglio in 4:3 dello schermo, ornato pure di una leggera vignettatura. Da qui si ricostruisce la storia di un prete danese incaricato di raggiungere la remota isola di ghiaccio e costruirci una chiesina di legno, per garantire alla sua diocesi un avamposto tattico.
Il suo superiore avverte il pastore Lucas fin dall’inizio: Stai attento, l’Islanda è una terra dura e selvaggia, dai retta ai locali e cerca di farteli amici. Il prete però è un vero evangelico-luterano tutto d’un pezzo, di quelli rigorosi e rigidi come un bacchetto, in più si porta dentro un carico fortissimo di pregiudizi verso gli islandesi, in cui vede solo rozzi primitivi da evangelizzare. Lega solo col traduttore, fra l’altro con un trasporto equivoco, che il film suggerisce ma non dice. Quando dovranno separarsi, Lucas sarà costretto ad affrontare il viaggio in un ambiente ostile sotto ogni punto di vista, con tutto il disagio di chi non sa come fare, ma che si trova però in compagnia di chi sa perfettamente come si fa. A parte il fatto che l’Islanda è una terra di vulcani e di fanghi, dove quando non piove tira un vento che ti porta, i suoi abitanti vivono nel secolo XIX un forte risveglio identitario, che li porta ad alzare verso il danese barriere linguistiche e distanze ostinate.
Per tutta la prima ora sembra di stare dalle parti del magnifico Silence di Scorsese, con la compagnia del prete che affonda gli zoccoli dei cavalli nel suolo gonfio di pioggia, in fiumi da guadare pericolosamente, in scenari maestosi ma decisamente inospitali, tutto un insieme di elementi ambientali che siamo portati senza nemmeno pensarci ad agglutinare nella famigerata entità chiamata La Natura™, creazione assolutamente immaginaria, eppure risolutamente decisa a far capire al povero Lucas da quale parte arrivi davvero il soffio di Dio.
Durante la faticosa risalta dalla costa, cresce nel prete l’antipatia verso Ragnar, il rude capocordata autoctono, una specie di Wolverine sessantenne, esperto delle oscurità della vita, capace a fare tutto e perfettamente a suo agio col carattere volubile e irascibile de La Natura™.
I due si parlano a fatica, e quando lo fanno non si capiscono, eppure il barbuto Ragnar si preoccupa della sicurezza del missionario e di tutto il gruppo, dagli uomini ai cavalli, suscitando nel prete un sentimento di dipendenza che può solo aumentarne l’irritazione.
A un certo punto le cose si mettono male per Lucas, e arriva una cesura importante che separa il film in due atti. Dopo una strepitosa sequenza che passa in rassegna i quattro elementi, partendo da un’ipnotica colata di lava incandescente che spacca il suolo e lo rimodella raffreddandosi, per poi immergersi nelle acque marine e risalire all’aria aperta, nella seconda parte, il parroco, provato dalle fatiche del viaggio, assiste alla costruzione della chiesa nei pressi della tenuta del sosia danese di Stanis La Rochelle e delle due giovani figlie. Se il primo atto si contraddistingue per il carattere esclusivamente maschile, passata la boa è l’elemento femminile a giocare la sua parte, coerentemente col gioco dei contrari e dei contrasti che sostiene il racconto. Qui Lucas, già uscito sconfitto dal confronto con La Natura™, deve vedersela pure con una comunità che sembra moltiplicarsi per partenogenesi e il cui principale passatempo è battersi sul prato. È qui che le sue apparenti difficoltà ambientali si dimostrano per quello che sono: la totale mancanza di empatia e di umanità di un uomo che si rifiuta di entrare in relazione con il prossimo e insiste a voler ritrarre nelle sue fotografie una versione idealizzata e codificata della realtà.  
Ormai mi sembra di aver già raccontato abbastanza della trama, pur senza aver svelato nulla di cruciale. D’altronde il fascino di Godland si fonda solo in parte sull’intreccio, mentre grande importanza è data all’ambientazione e allo stile con cui Pálmason la riprende. Gli eventi che si susseguono occupano solo una minima parte dei 143 minuti montati, il resto sono lunghe inquadrature sui prati e sui cavalli, sulle rocce, i vulcani e le nubi, lunghi piani sequenza che si attardano sui fili d’erba, sui crepacci e sulle cascate che ci si infilano. E poi fermi immagine in time-lapse che omaggiano l’eterno ripetersi del ciclo de La Natura™. Indugia Pálmason, indugia un sacco nell’osservazione del creato, secondo la lezione di Tarkovskij e di Malick, lo fa però senza perdere di vista la sua storia. Il girovagare del suo sguardo non è sola contemplazione, ma finisce sempre per ricongiungersi al racconto, al quale offre un consistente sostegno sensoriale.
È un film ricco, Godland, e lungo, e impegnativo, per chi è critico dei tempi lunghi. Forse non è bello come si racconta, ma con la giusta predisposizione d’animo può regalare bei momenti e ammalianti suggestioni.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Massimo ha detto:

    Ma Dio, c’è? O no?!
    Grazie della mistica, divertente, croccante suggestione recensita.

    Piace a 1 persona

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