
regia: David Lowery
produzione: Gran Bretagna, USA, Germania, Finlandia, 2025 – 112’
visto: Arlecchino
Detto senza strapparsi i capelli dalla testa, ma Mother Mary è forse un film più interessante di quanto possa apparire.
Un inizio superpop sparato a cannone presenta parallelamente le due protagoniste: Mother Mary (Anne Hathaway) è una megastar della canzone impegnata in un tour che scopriremo essere l’attesa rentrée dopo un clamoroso trauma, Sam Anselm (Michaela Coel) è una stilista ricercatissima e altrettanto impegnata dall’allestimento di una imminente sfilata.
Le due si conoscono da tempo, ma si incontrano nuovamente solo ora, dopo alcuni anni di distanza e gelo. Il pretesto è la richiesta, da parte della prima, di un costume di scena che la possa rappresentare appieno, incombenza che sente di poter affidare solo alla sua antica amica.
Mary si trova nel pieno di una crisi emotiva, ma Sam, ancora ferita dai trascorsi passati, non pare disposta a concedere nessuno spiraglio alla riappacificazione e si mostra fredda e ostile. Tuttavia accetta l’incarico nonostante il rancore, forse con l’intenzione di raccogliere spunti per un’eventuale vendetta.
La resa dei conti occupa l’ora seguente ai titoli di testa, dove il film si mette comodo e prende il tono e il ritmo di un dramma da camera, con in scena due sole attrici che dialogano e raccontano, tratteggiandosi l’un l’altra in favore dello spettatore, che comincia a capirci qualcosa in più grazie allo svelamento di parte degli avvenimenti precedenti.
Questa parte, per quanto più lenta e verbosa, è scritta in modo attento e preciso, riuscendo a evitare i clichè un attimo prima che si manifestino.
Il rapporto resta comunque trattenuto e irrisolto, perché ogni possibile occasione di disgelo viene rintuzzata da accuse e rimproveri da parte di entrambe le donne.
Tutto fino a quando non entra in scena un elemento soprannaturale, che fa saltare per aria le reticenze e dirotta la trama verso un’allegoria stregonesca carica di allusioni sensuali e freudiane.
Tra sedute spiritiche, pentacoli, iconografie religiose, pseudo-sabba e penetrazioni più o meno simboliche, si riesce abbastanza chiaramente a capire che il film voglia parlare di depressione attraverso una serie di maschere e dissimulazioni.
Scegliere per le due protagoniste delle carriere brillanti serve per espanderne i moti interiori, portando all’esasperazione quei sentimenti che nelle persone comuni si consumano tra nevrosi di vario grado, ma che nel loro caso vengono ingigantite dalla dimensione pubblica delle loro esistenze, fino al punto di esplodere con fragore e violenza.
Sempre per drammatizzare al massimo, David Lowery, che scrive e dirige, costruisce un sistema di opposti che si attirano e respingono generando spazi in cui si accumulano significati. Le due protagoniste sono palesemente l’una l’inverso dell’altra, sia esteticamente, sia negli attributi che le caratterizzano. Se una vive sotto i riflettori, l’altra si rintana in un castello oscuro. Se una esibisce il corpo, l’altra lavora quasi esclusivamente col viso, se una canta, l’altra sussurra.
Per quanto sia Anne Hathaway che lo stesso regista dichiarino di essersi rifatti a Taylor Swift per la resa del personaggio di Mother Mary, pare evidente, dal nome e da certi accenni fatti, che fin dall’inizio sia stata Madonna l’ispirazione primigenia della superstar che attraversa gli anni e le mode fino a perdere se stessa.
Per il ruolo di Sam Anselm invece confesso di non avere tanti elementi a cui risalire, né per il contesto della moda, tantomeno per l’interprete Michaela Coel, che ho dovuto googolare per scoprire da dove saltasse fuori.
L’impressione che restituisce la sua performance è comunque quella dell’antagonista pura, facilitata da lineamenti appuntiti e sfumature al limite del malefico; un talento che meta-testualmente (passatemi l’espressione) sembra voler sottolineare le dinamiche di privilegio nel rapporto con la ben piú celebre e rassicurante Anne Hathaway.
Il limite di questo film è forse proprio nel lasciar trasparire certe tematiche molto tipiche del periodo storico che vive l’industria culturale, in cui alcune sacrosante battaglie vengono combattute sui tavoli di sceneggiatori e produttori con uno scrupolo e uno zelo che a volte prende il sopravvento sul piacere di raccontare (e farsi raccontare) una storia.
In questo caso Lowery supera con slancio il test di Bechdel, quel sistema di valutazione che misura la rappresentatività e la coerenza dei personaggi femminili in un’opera e che per esempio fissa il minutaggio minimo per cui due donne debbano parlare tra di loro senza che l’argomento sia un uomo. Lo supera tanto che in un film di quasi due ore non solo non compaiono personaggi maschili, se non uno o due sullo sfondo, ripresi da lontano, ma addirittura non esiste nessun riferimento a nessun ipotetico uomo, nemmeno nei dialoghi e nei racconti di due amiche da una vita che passano più di un’ora a rinfacciarsi i vent’anni precedenti. Realistico? Verosimile?
Provate a immaginare due uomini che parlano così a lungo senza menzionare almeno una donna.
Ecco, questo è quindi il freno che impedisce al film di volare un pochino più in alto e di coinvolgere maggiormente una platea più ampia delle falangi armate DEI (Diversity, Equity, Inclusion).
A questo proposito menzione speciale per Hunter Schafer: l’attrice di Euphoria porta in scena sempre la sua fortissima presenza, ma anche stavolta viene sacrificata in una parte accessoria piuttosto insipida. (Speriamo che la prossima serie di Blade Runner le renda giustizia.)
Tornando al film invece, almeno alle sue (presunte) intenzioni, la metafora sulla depressione come fantasma contagioso che si nutre dei silenzi e dei dispiaceri funziona piuttosto bene, anche se chiaramente trova una sua risoluzione teraputica poco applicabile.
Dal momento in cui le ombre delle due donne si incontrano, si accende una luce che retrospettivamente giustifica tutta la precedente sequenza preparatoria, francamente un po’ statica, e tra una canzone e una danza si ottiene qualcosa che somiglia almeno in parte all’azione e che porta avanti la storia fino alla fine.
In conclusione Mother Mary è un esercizio interessante di favola dark immersa nell’immaginario pop più attuale. (I pezzi originali cantati da Hathaway sono firmati da Charlie Xcx e da Fka Twigs, e quest’ultima interpreta anche un ruolo cruciale nella storia.)
Come detto, nonostante una scrittura ordinata e rispettosa, il film soffre del milieu cui appartiene e difficilmente il tempo che passa e le mode che cambiano gli concederanno la libertà di uscire dalla sua nicchia.