
regia: Christopher Nolan
produzione: USA, GB, 2026 – 172’
visto: Odeon + Jolly
Eravamo rimasti a “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”, la frase-totem attorno cui Christopher Nolan rileggeva la figura di J.R.Oppenheimer nel poderoso racconto morale su come l’indole e l’ingegno umano portino inevitabilmente alla tragedia in un ciclo perpetuo di creazione e distruzione.
Evidentemente il regista britannico sentiva di non aver ancora esaurito il tema, poiché riprende gli stessi tormenti con cui affliggeva il fisico newyorkese e li scarica di peso sulla schiena di questo suo affaticato Odysseus (in v.o.)/Ulisse (nel doppiaggio), rigettando sia la caratterizzazione classica del condottiero astuto e sagace, sia quella dantesca, più ambigua e carica di hybris, per arrivare a un personaggio, se non proprio più sfaccettato, sicuramente più moderno e in sintonia coi tempi e la poetica che intende portare avanti.
Lavorando sulla sceneggiatura, snellisce la trama per come può, mantiene grossomodo la struttura codificata del poema (Telemachia-Racconto delle avventure-Ritorno a Itaca), ma sacrifica alcune tappe e semplifica alcuni passaggi per tenere il film dentro le tre ore. Soprattutto fa piazza pulita degli dei, lasciando alla sola Atena il privilegio di manifestarsi e interagire con l’eroe.
E anche in questo caso forse le cose non sono esattamente come sembrano.
La primissima immagine dopo il titolo è una scritta, che avvisa che i fatti narrati si svolgono in un’era di magia apparente. Si tratta di una sottolineatura importante, per fissare un concetto che il pubblico non deve mai perdere di vista.
Il rapporto degli uomini con gli dei viene ridimensionato attraverso una serie di espedienti.
Per tre volte Telemaco, il figlio di Odisseo, ripete una battuta sulla saggezza degli occhi di Atena, e ogni volta la battuta sembra svuotarsi di senso, per trasformarsi man mano in poco più di un tic.
Allo stesso modo, la “legge di Zeus”, che viene citata di continuo, deve la sua osservanza più a una specie di superstizione che al rispetto dell’ospitalità. Per quanto riguarda gli altri aspetti fantastici, poi, non è un caso che tutte le apparizioni di ciclopi, sirene, mostri marini e zombie vari, siano confinate ai ricordi confusi di un uomo che per sette anni ha mangiato fiori di loto su un’isola deserta insieme a una ninfa bionda uguale uguale a Charlize Theron.
Da questi esempi si capisce che sebbene l’elemento soprannaturale sia perfettamente presente nel film, allo stesso tempo è messo come tra parentesi da quell’avviso iniziale.
Per Nolan è importante spostare almeno un po’ l’Odissea dalla dimensione del Mito e avvicinarla per quanto possibile a quella del Quotidiano. Questa operazione è resa ancora più esplicita dalla discussa scelta di far recitare i suoi attori secondo un registro contemporaneo e con una dizione sporca, quasi da strada, infrangendo la tradizione, che vuole per i film ambientati in un passato lontano, l’impiego di un inglese più formale, magari anche condito con qualche espressione arcaica. Un po’ come quando, nei film italiani in costume, i personaggi parlano in modo affettato o dandosi del voi. Sono artifici che anche se non corrispondono fedelmente agli usi dei tempi evocati, servono per marcare una distanza cognitiva tra lo spettatore e la messa in scena, come la nebbia di prospettiva che compare tra l’osservatore e un paesaggio lontano.
Purtroppo molte di queste sfumature si perdono nella versione doppiata, e anche i sottotitoli troppo puliti che accompagnano la v.o. tradiscono spesso la ruvidezza e l’asprezza del lessico scelto dal regista, che attraverso accorgimenti come questi o la riscrittura totale dei dialoghi rispetto a Omero, intende invece annullare proprio quella distanza cognitiva, per rimuovere al massimo ogni eventuale patina di peplum e scaraventare il pubblico nel cuore dell’avventura più autentica.
Questo effetto di immediatezza è funzionale a due motivi principali. Il primo ha a che fare con l’idea di Cinema che si vuole ottenere, l’altro con l’idea di Mondo che si vuole trasmettere.
Nolan è ormai da anni riconosciuto come un regista muscolare, attratto da gigantismo e ipertrofia, magari non particolarmente raffinato, ma dotato di un istinto acuto nell’intercettare visioni potenti e restituirle in momenti di grandissimo cinema, capaci di lasciare sempre un segno negli spettatori e nell’immaginario collettivo. I suoi sono film che ti saltano addosso, aggredendo i sensi in tutti i modi possibili.
Gli occhi vengono invasi da una varietà sterminata di dettagli che nascono da cromatismi, giochi di luce e dal numero di elementi messi a fuoco in ogni inquadratura. Contemporaneamente le orecchie restano sempre stimolate da ogni tipo di suono, sia da quelli di scena (diegetici) sia dal commento sonoro (extradiegetico) del fidato Ludwig Göransson, che non scompare mai, ma si ritira sottotraccia, lasciandosi percepire in un lontano sottofondo per poi esplodere fragorosamente nei tanti momenti topici. La combinazione tra i volumi alti e le frequenze basse che rimbombano nell’addome, la ricchezza visiva che poco concede a barocchismi inutili, e il minutaggio quasi sempre iperesteso che si fa sentire nelle spalle e nella postura, possono raggiungere effetti fisici anche avvertibili, lasciando a volte delle sensazioni di pienezza oppure quella leggera fatica che si sente dopo lo sport.
L’esplorazione continua delle possibilità tecnologiche, la spinta a espanderne ogni volta i limiti, e il suo grandissimo talento, hanno portato l’autore di Dunkirk, Interstellar e Inception (tra gli altri) a una maestria indiscutibile nel gestire un tipo di cinema che fonde azione, spettacolo, teorie scientifiche e contenuti filosofici e morali.
Sebbene spesso criticato per la leggerezza con cui si appoggia a certe idee forti, senza poi a loro volta puntellarle a dovere, ci si dimentica altrettanto spesso dell’influenza delle suggestioni che riesce immancabilmente a lanciare anche in questa forma imperfetta.
Per lui la priorità va alla potenza delle immagini che vuole creare; in funzione di questo risultato, la fedeltà storica o la coerenza dello script (lo sappiamo bene), diventano se non proprio sacrificabili, sicuramente più malleabili e fluide.
Perciò vanno bene le navi vichinghe, gli abiti improbabili, le corazze esagerate, se insieme partecipano a costruire un’identità visiva forte e riconoscibile.
La sua versione dell’Odissea è il tentativo, da parte di chi ha acquisito una statura consolidata, di confrontarsi con il mito originario per restituirgli la grandezza che merita.
L’Odissea è l’Avventura per antonomasia. Dall’opera di Omero discendono tutte le declinazioni di ogni genere avventuroso per come viene conosciuto e riconosciuto in Occidente.
Il viaggio iniziatico, il racconto cavalleresco cappa e spada, quello di guerra, il western, l’horror, il fantasy e il dramma storico: tutte queste categorie sono contenute nell’Odissea. Cinematograficamente, tutti questi generi vengono ciclicamente rinnovati e rigenerati nel linguaggio e nei contenuti, aprendosi a nuove letture e interpretazioni. Eppure lo stupefacente immaginario dell’Odissea restava inesorabilmente ancorato a un vocabolario e un’iconografia cristallizzata, allontanandosi dal cuore del pubblico man mano che i suoi innumerevoli epigoni e derivati vari si prendevano la scena.
Nolan sceglie allora di rivolgersi direttamente al Mito, spolpando il poema dagli elementi più legati alla classicità e alla tradizione per esporre l’osso nudo e bianco dell’avventura e il nervo convulso dell’eterna lotta tra l’uomo e le forze della natura. Il risultato è un racconto poliedrico, in cui ogni faccia è lucidata per risplendere secondo le tendenze e i gusti più attuali. Al suo interno troviamo il war-movie alla Spielberg, il western alla Tarantino, il fantasy alla Jackson, il body-horror alla Cronenberg, addirittura il Darth Vader di Lucas ed echi de Il Pianeta delle Scimmie, più sicuramente tanti altri riferimenti che al momento non sono in grado di cogliere.
Non è un caso nemmeno che lo scintillante cast sia stato selezionato tra i nomi più rilevanti e influenti delle ultime due generazioni di star hollywoodiane. Ad eccezione di John Leguizamo, che è del 1960, dal cinquantacinquenne Matt Damon alla ventinovenne Zendaya, passando per Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson (penalizzato da un doppiaggio petulante), Travis Scott, Mia Goth, Charlize Theron, Benny Safdie, Elliot Page, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal (sempre una bestia!), Himesh Patel, Samantha Morton, nessuno degli attori principali è nato prima del 1970, sebbene alcuni dei ruoli si prestassero bene anche a interpreti più anziani, ugualmente graditi e utilizzati dal regista in passato, che invece ha preferito orientarsi su un cast (mediamente) giovane.
È come se Nolan volesse chiarire che tutto quello che oggi fa spettacolo, insieme a tutto ciò che da sempre fa emozionare, trattenere il fiato e saltare sulla sedia, è fin dall’inizio contenuto nell’Odissea, ripristinandone così il primato e riportandola nel posto che le spetta, in cima al canone dell’avventura di tutti i tempi.
Per contenere un film così prorompente, in cui tutti gli elementi sono portati alla massima intensità, serviva una corazza molto molto robusta, che potesse garantire forza, coerenza e un livello di tensione sufficiente per almeno tre ore, nonostante chiunque fosse perfettamente a conoscenza della trama da almeno quasi tremila anni. In questo ha aiutato una narrazione asciutta, in cui gli avvenimenti e gli scenari si susseguono in modo serrato, ma fa la sua parte anche l’assoluta mancanza di ironia. A parte una gag sulle orecchie di Tom Holland infatti, ogni dialogo è infuso di una solennità grave, come in una messa o in un funerale. Una scelta che sulle prime potrebbe sembrare un carico troppo pesante per un film già così denso, ma che invece vince decisamente se confrontata con la fastidiosa tendenza a dover ricercare sempre e comunque la battuta sdrammatizzante e ridicola, che troppe volte sa di disimpegno, come il passaggio al portiere quando non sai più a chi passare la palla.
Non c’è però solo l’estetica dentro a tutta la magnificenza e al grande kolossal alla portata di tutti. Come detto in apertura, Odissea porta avanti il discorso sulla natura umana che percorre i grandi film storici di Nolan, come Dunkirk e Oppenheimer e che già aveva accennato nella trilogia su Batman, seppure con tutti altri toni.
Se volessimo inquadrarla ideologicamente, la visione del regista britannico è più conservatrice che progressista, nel senso che nei film appena citati, i terribili drammi che fanno da sfondo alle vicende dei singoli protagonisti vengono mostrati come inevitabili, e i personaggi, così come il pubblico, sono invitati a un percorso di consapevolezza verso questa verità che deve infine essere accettata come un dato di fatto.
Nolan insomma mostra la natura umana per quello che è, e non per quello che potrebbe essere.
I suoi protagonisti sono afflitti da questa presa di coscienza, ne soffrono al punto di entrare fortemente in crisi esistenziale, ma in nessun caso arrivano alla decisione di provare a invertire o evitare la carneficina di cui sono testimoni o più spesso addirittura responsabili.
Per questo dunque ridimensiona la presenza divina nel racconto dell’Odissea, perché non è colpa o merito degli dei se gli achei sterminano i troiani, se gli americani sganciano due atomiche su un Giappone inerme o se i soldati inglesi vengono falciati sulle spiagge di Normandia.
Non sono gli dei, ma gli uomini a uccidersi e massacrarsi da sempre.
Da una prospettiva sicuramente fatalista, Nolan mette in guardia su questa verità che sente di avere colto.
Lo fa senza prendere posizione, limitandosi a mostrare l’ineluttabilità del destino di alcuni individui in particolare, che per attitudine e desiderio di vitù e conoscenza compiono l’olocausto di intere civiltà.
Quello che resta è l’amarezza della colpa ma anche la fermezza nel farsene carico senza rinnegare le proprie terribili scelte, nella convinzione che ad ogni epoca ne segua irrimediabilmente un’altra.