
regia: Kane Parsons
produzione: USA, 2026 – 105′
visto: Medica
Ovvero un’impressionante serie di scelte incredibilmente sbagliate.
Partiamo dal contesto: stando alle informazioni trasudanti la specifica bolla dei fenomeni che periodicamente scalano l’internet, nel 2022, l’allora diciassettenne Ken Parsons inizia a pubblicare su Youtube brevi video in cui alcuni personaggi esplorano ambienti familiari, per esempio corridoi e uffici, trasformati in inquietanti escape-room da caratteristici accorgimenti estetici, come un’illuminazione virata al giallo e un uso fantasioso delle porte e dei varchi che conducono da uno spazio all’altro.
I video hanno un successo tale che la famigerata casa di produzione A24 gli commissiona un lungometraggio basato sullo stesso soggetto.
Tra il 2025 e il 2026, a un Parsons ormai ventenne viene quindi affiancato Will Soodik, sceneggiatore con alle spalle alcune serie tv, nel tentativo rovinosamente fallito di trasformare una sequenza di sketch in una storia di centocinque minuti con un minimo di senso compiuto.
Backrooms sbaglia praticamente tutto quello che si può sbagliare.
Sono sbagliati la storia, il casting, la regia, la fotografia e il commento sonoro.
Cominciamo dalla storia.
Un prologo in soggettiva – che credo riprenda l’archetipo dei video di cui sopra – mette subito in pari lo spettatore curioso coi regaz che arrivano dal web, e fa sapere a tutti che ci si trova in California, nel 1990, un’informazione che ha l’unico scopo di giustificare l’estetica pseudo vintage alla Better Call Saul che evidentemente può affascinare un autore nato nel 2005 come, chessò, Barry Lyndon con le sue lampade a olio.
In una decina scarsa di minuti ci sbarazziamo del prologo e facciamo la conoscenza della prima dei due protagonisti. Renata Reinsve interpreta Mary Kline, psicoterapeuta che assiste alla demolizione della vecchia casa in cui ha vissuto insieme a una madre problematica.
L’altro protagonista, Chiwetel Ejiofor, è Clark – di cognome ignoto – un suo paziente, architetto mancato che dopo una burrascosa separazione che lo ha lasciato senza case e senza prospettive è costretto a dormire nel mesto mobilificio, fallito quanto lui e di cui è proprietario.
Dopo un po’ di riscaldamento e di palleggi, in cui vengono accennate le rispettive sfighe di questi due, Clark scopre che dal seminterrato del mobilificio si accede a un mondo parallelo, un cimitero di seggiole dove il bilanciamento del bianco non è mai stato inventato.
Sconvolto dalla sorpresa, il nostro dodici anni scemo, anziché chiamare la polizia, i pompieri, o ancora meglio un muratore, pensa bene di andarne a parlare con la sua terapeuta, un’altra suonata che se ne va in giro con un pezzo di marciapiede in tasca.
Non vi voglio annoiare col racconto di quello che succede, tanto non avrebbe neanche molto senso, le vicende sono talmente sgangherate e pretestuose che ben presto ci si comincia a chiedere quanto manchi alla fine.
Lo sforzo di dare un contesto alla flebile idea di fondo, cioè l’esplorazione di ambienti deserti senza vie di fuga, porta ad accumulare dettagli insignificanti per creare delle backstory che non vanno da nessuna parte. La povera Reinsve viene gettata fuori parte senza ritegno, conciata come una scopa, si ritrova a dover scappare e scalciare come la final girl peggiore del mondo, mentre una regia impacciata e immatura continua a saltare tra soggettive e oggettive, cioè tra uno sparatutto e un linguaggio cinematografico più classico in terza persona.
Si dirà, vorrei vedere te a vent’anni a dirigere un film, e infatti vi assicuro che è un’idea che non mi è mai proprio venuta in mente.
E siccome immagino che al giovane Parsons non gliel’abbia ordinato il dottore di mettere la firma su un disastro del genere, non credo proprio che l’età possa essere una scusante o un alibi.
Tanto più che tutto il progetto è coadiuvato da una serie di professionisti, più o meno consapevoli, che se le inventano tutte per sostenere un immaginario assolutamente incapace di reggere o giustificare centocinque minuti di sciatteria.
Contro ogni buon senso, pare che Backrooms stia macinando milioni, ma citare a sproposito Lynch, Escher e Lewis Carroll, come ho letto da qualche parte, immaginandosi oscuri motivi per apprezzarlo è inutile e imbarazzante. Sono sparate pigre e superficiali adatte a chi non distingue Marcus Thuram da Ange-Yoan Bonny.
Questo film è una monnezza, ecco tutto.