AMSTERDAM


Regia: David O.Russel
Produzione: USA, 2022 – 134’
visto: Disney+

Fondamentalmente ho letto solo delle stroncature per l’ultimo lavoro di David O.Russel, a cui molti critici non perdonano un certo successo commerciale a fronte di una mano non sufficientemente raffinata. Sarà allora per tentare di uscire dal limbo che separa il mestierante dall’autore, che il regista newyorkese intraprende un’opera molto molto ambiziosa, che infatti fatica a gestire, regalando ulteriori argomenti ai suoi detrattori. Nonostante i difetti, però, Amsterdam si guarda bene, è divertente, visivamente affascinante, e in certi momenti raggiunge punte di sincera passione.
Nella New York del 1933, quattro anni dopo il crollo di Wall Street, due amici, reduci della Grande Guerra, collaborano per aiutare i commilitoni come loro, che dopo aver combattuto e sofferto si ritrovano mutilati, impoveriti e respinti. Christian Bale è Burt Berendsen, medico, bianco, malandato e reso quasi storpio dal busto che lo tiene in piedi. John David Washington è Harold Woodman, avvocato, nero, che porta le sue cicatrici più nel cuore che nel corpo. Anni prima, feriti in guerra, i due vennero guariti in Francia dalle cure di Valerie Voze, amorevole infermiera col sorriso, lo sguardo e tutto il resto, di Margot Robbie. Che è bianca. La sottolineatura sui colori delle pelli, che può anche sembrare di cattivo gusto, serve a rimarcare uno dei discorsi a cui il film tiene di più: definire una scala di valori che vede ai primi posti gli affetti e la ricerca della felicità e del bello, da trovare ovunque, anche in un ospedale di guerra, anche tra le ferite mortali dei soldati, anche nelle schegge di metallo che li uccidono. Tutte le sovrastrutture sociali invece, il decoro, le voci degli altri, i pregiudizi, sono materiali di scarto, prodotti dall’inseguimento del profitto e dell’avidità, che avvelenano lo spirito e allontanano dal senso dell’esistenza. I tre protagonisti si legano tra loro con la forza di sentimenti puri e invincibili, e dopo la Francia vivono una magica parentesi nella città di Amsterdam, dove per qualche mese stabiliscono un’utopia di arte, amore e amicizia. Si perdono poi di vista, per motivi che scoprirete guardando il film, per ritrovarsi dopo una dozzina d’anni, appunto nel 1933, quando più o meno per caso sono coinvolti in uno strano e misterioso complotto contro l’America. Tutti e tre portano i segni dei dispiaceri, più che del tempo, e i venti che spirano promettono altri amari rovesci. Amsterdam diventa quindi il posto del cuore, il luogo dell’anima a cui tornare quando la vita ti mette alle strette.
Come d’abitudine, David O.Russel si lascia ispirare da eventi reali o fatti storici e li sviluppa a fini narrativi. In questo caso il pretesto è un tentato golpe disinnescato dal generale in pensione Smedley Butlerm, che in un’audizione privata al Congresso degli Stati Uniti nel 1934, dichiarò di essere stato avvicinato da un gruppo di industriali con l’intenzione di rovesciare la presidenza di Roosevelt e instaurare una dittatura sull’esempio di Italia e Germania. Nel film, il Generale si chiama Gil Dillenbeck e gli presta corpo e voce Robert De Niro, ancora abbastanza in forma per intestarsi una delle scene madri e staccare di un palmo buona parte di un cast esagerato: Taylor Swift, Chris Rock, Anya Taylor-Joy, Rami Malek, Mike Myers, Micheal Shannon, Zoe Saldana, Andrea Riseborough, Alessandro Nivola. Praticamente manca solo Tilda Swinton in questa galleria di personaggi che però vengono gestiti in maniera meccanica, scandendone l’entrata in scena più o meno ogni dieci minuti, fermandoli in primi piani che diano bene il tempo allo spettatore di identificarli e dare il gomito al vicino bisbigliando “guarda chi c’è!” (cerco ancora di immaginarmi in sala). È forse l’eccessiva deferenza verso il pubblico, le continue sottolineature, le continue spiegazioni, il bisogno e la voglia di farsi volere bene, che frenano più volte la storia e le impediscono di scorrere libera. Russel ci tiene troppo a farci sapere cosa pensa della vita, dell’universo e di tutto quanto, e satura le due ore e passa di film con la sua visione e i suoi ammonimenti, il cui peso schiaccia gli attori e i personaggi, che infatti faticano a staccarsi e a conquistarsi un minimo di tridimensionalità. In Amsterdam ci sono i buoni e i cattivi, le macchiette e le battute, ma a parte il Dottor Berendsen di Bale, eroe tragico, voce narrante, e forse unico personaggio soggetto a una minima evoluzione, restano quasi tutti sullo sfondo. Tranne Margot Robbie, chiaramente, che in questi anni gode di uno stato di grazia che rende ogni sua apparizione imprescindibile. Il film è comunque godevole, c’è una fotografia magnifica, costumi perfetti, attori piacevoli, e porta messaggi positivi e lodevoli. Il fatto che poi, a ben vedere, Russel vada a frugare nella cassetta degli attrezzi dei registi che gli piacciono, non è necessariamente un male. Se gli piace Scorsese, se gli piace Wes Anderson, se gli piacciono Truffaut e Polanski, che male c’è? Nell’età del post-qualunque-cosa, ogni espressione è già stata servita e digerita, non disperiamo di imbatterci in future novità e rivoluzioni, ma è bene mostrare clemenza. La strada scelta dal regista newyorkese forse non lo porterà allo status di Autore o di Grande Cineasta, ma sembra comunque una strada onesta e sincera, ben più di quella di tanti altri pretenziosi colleghi.

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