FAIRYTALE – UNA FIABA

regia: Aleksandr Sokurov
produzione: Belgio, Russia, 2022 – 78’
visto: Sala Cervi

Fairytale è un film difficile da inquadrare nei generi classici, e che pertanto finisce per esclusione nella categoria dei film “strani”, “artistici”, quelli che ti lasciano più domande che altro. Sempre ammesso che ci si arrivi in fondo. Il suo migliore pregio sembra infatti quello di contenersi in soli 78 minuti, motivo che, a giudicare dai commenti prima del buio, ha attirato in sala buona parte di un pubblico ormai stufo di titoli che si prolungano spesso inspiegabilmente ben oltre le due ore.
Per ricostruire un minimo sistema di riferimento è utile avere presente quella che viene definita la “trilogia del potere” di Sokurov. Moloch, Taurus e Il Sole sono tre film dedicati rispettivamente ad Adolf Hitler, Iosif Stalin e all’imperatore Hirohito, protagonisti, più nel male che nel bene, della seconda guerra mondiale. I tre capitoli si differenziano nei toni, sia quelli cromatici, che di ambientazione, che nelle riflessioni che portano, ma sono accomunati dalla stessa atmosfera brumosa, smorzata, con personaggi che agiscono, riflettono e pensano in modo rallentato, come immersi in una nebbia della Storia che li sottrae alla concitazione che li circonda. Quasi dei fantasmi, insomma.
Con questa immagine in mente si può entrare nel mondo di Fairytale, un limbo in bianco e nero di rovine imperiali scavate nella roccia, dove si ritrovano Adolf Hitler, Benito Mussolini, Iosif Stalin e Winston Churchill. I quattro personaggi non sono interpretati da attori, ma ricavati da filmati di archivio e manipolati digitalmente. Dopo un risveglio confuso, si muovono verso le porte di Dio, che giudicherà chi salvare e chi condannare. Ma Dio prende tempo, e nell’attesa camminano senza meta per scenari fumosi, incrociandosi e perdendosi senza senso e incontrando altri fantasmi, come il re d’Italia o Napoleone. Camminano e parlano, ognuno nella propria lingua naturale (perciò il film è distribuito in v.o. sottotitolato), a volte scambiandosi frecciatine, a volte persi nei loro arrovellamenti interiori. Chi vaneggia di imperi, chi del proprio grande popolo, chi rimpiange i disastri non compiuti, chi mastica e rumina versi della Divina Commedia. Ai loro piedi, in basso, scorre il fiume dei dannati, le loro vittime, i loro anonimi “eroi”. Presto ognuno di loro prende a replicarsi in versioni diverse, nelle immagini di sé che ha voluto lasciare alla Storia, continuando a dialogare tra di loro e con gli altri. Per una quarantina di minuti più o meno è tutto così, poi raggiungono una specie di tribuna di marmo bianco, dove sulla flemma del loro vagare esplode il furore wagneriano di un’onda grigia che riempie l’arena sottostante. Dapprima forma indistinta, la massa si scopre composta di milioni di figure umane vocianti fuse insieme. Per lunghi, lunghissimi, minuti i quattro capi di Stato si confrontano con la forza primordiale dell’orda, verso la quale ognuno ha un atteggiamento diverso: chi messianico, chi timoroso, chi allucinato dal delirio del comando. Le ambizioni che manifestano nei gesti e nei pensieri, sono però schiacciate dal fragore delle folle, e le loro figure vengono ulteriormente ridimensionate dalla comparsa, sugli spalti, di un water, a ricordarne la natura inevitabilmente umana e deperibile, come quella di chiunque altro.  
Quattro dittatori, dicono alcuni, in continuità con la trilogia già citata. Ma forse in questo caso l’attenzione del regista non è tanto sulle dittature, quanto più sull’eredità che questi uomini hanno lasciato alla Storia europea dell’ultimo secolo. L’assenza di Hirohito, per esempio, o ancora di più quella di Mao, confuta la tesi del discorso sulle grandi dittature, mentre la presenza di Churchill, a cui oltretutto viene riservato un trattamento di favore, centra lo sguardo sull’Europa del Novecento. Altre due figure portano a questa interpretazione: quella di Gesù Cristo, rappresentato troppo debole persino per sollevarsi dalla pietra su cui giace, e ancora in attesa di essere ricevuto dal Padre, come a simboleggiare l’affievolirsi dei valori cristiani, e quella di Napoleone Bonaparte, unico a trovarsi già oltre le porte di Dio e a essere riconosciuto da tutti come modello e ispirazione. In questo limbo fumoso, infatti, dove tutti si rinfacciano e si lamentano del puzzo che sentono, Napoleone è l’unico a sapere di acqua di colonia. È lui che consegna a Hitler la granata con cui incendiare e distruggere il mulino a vento, forse il simbolo del motore della Storia fino alla Grande Guerra. In questo senso si può provare a leggere la fiaba di Sokurov come un ammonimento alle attuali masse, così impazienti di seguire nuovi condottieri e perdersi dentro a vecchie follie. Chissà.

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