TITANE

regia: Julia Ducournau
produzione: Francia, Belgio, 2021 – 108’
visto: iWonderfull

A due giorni dalla fine dell’anno ho recuperato la Palma d’Oro del Festival di Cannes 2021 grazie a iWonderfull, piattaforma streaming ospitata da Mymovies. Avrei voluto vederlo prima, da quando è stato premiato in luglio, devo aver prenotato e pagato i biglietti almeno due volte per vederlo in sala tra settembre e ottobre, ma poi per un motivo o per un altro ho sempre rinunciato.
Confesso che a spaventarmi sono state le recensioni del momento, che parlavano di un film estremo, con corpi straziati, attraversamento dei sessi, iperviolenza e strani rapporti tra esseri umani e macchine.
Forse la trama, a grandissime linee, mi ricordava troppo Ema di Pablo Larraín, che ho amato molto e che non mi andava di annacquare con un’imitazione, ma più che altro alcune di quelle recensioni lamentavano una mancanza di fuoco generale che riduceva il discorso a una serie di provocazioni fine a sé stessa.
Con quei chiari di luna, sinceramente, quest’anno, di andarmi a cercare degli altri motivi di disagio e di vedermi un film in bilico sulla poltroncina, indeciso se restare o telare, alla fine proprio non riuscivo a trovare la voglia.
E invece, sebbene i punti di contatto con Ema non manchino, e sebbene ci siano effettivamente scene in cui scappa di coprirsi gli occhi, Titane merita a ragione la Palma d’Oro e Julia Ducournau merita ogni plauso e applauso.
Per dire qualcosa senza dire troppo, diciamo che la tesi che si sviluppa origina dalla stessa ipotesi per cui la vittima di un’esplosione nucleare può trasformarsi in un furioso mostro verde, e che il morso di un ragno radioattivo può generare ragnesche capacità.
Solo che in questo caso l’eroe è un’assassina spietata e scorbutica che per uccidere ha escogitato un sistema particolarmente efficace e violento.
Quella che comincia come la storia di una serial killer, diventa man mano la metamorfosi di un’anima che si ribella praticamente a tutto quello che la circonda. A partire dalla sua stessa carne.
Alexia è una che sin da piccola “sente” le auto come nessuno. Tra l’orecchio destro e il cervello ha una placca di titanio che la tiene in vita dopo un brutto incidente. Di mestiere balla e si struscia sulle macchine come fanno le stripper alle fiere del porno.
Una notte, non chiedetevi come, la sua passione arriva oltre il lecito e il possibile, finché comincia una fuga disperata scandita dalle mutazioni che il suo corpo vive in maniera parecchio dolorosa.
Sulla strada incontra Vincent, un rude comandante di una caserma di vigili del fuoco dove tutti sono giovani muscolosi e ambigui come gli antichi olimpionici greci.
Siccome dio li fa e poi li accoppia, si scopre che nemmeno questo Vincent è del tutto a casa con la testa, ossessionato da un fisico che invecchia, emotivamente devastato dal vuoto di un figlio scomparso da anni, in mancanza d’altro vede nella possibilità di occuparsi di Alexia l’occasione di riprovare a essere padre.
Il legame forte e tenero che i due stringono aiuterà Alexia a liberare finalmente la sua anima da un corpo che pian piano si disfa, e a farla rinascere in una forma ad essa concorde.
Mi sa che ho detto pure troppo, ma mi serviva per arrivare a dire che questa storia del tutto impossibile riesce a stare perfettamente in piedi grazie al mirabile talento di Ducournau.
Il concetto di fluidità di genere è un’idea già di suo difficilmente definibile: dipende dalle diverse sensibilità, impegna le migliori menti del nostro tempo e molesta le peggiori, ma soprattutto, più che materia codificata, è un processo continuamente in divenire.
La regista parigina riesce ad agguantare l’inafferrabile e a mimetizzarlo in una storia d’amore che assale i sensi giocando rabbiosamente coi contrasti. Usa molto nudo e molta violenza per accentuare la fragilità dei corpi, visti sia come le barriere che costringono a un’identità non sempre riconosciuta, sia come l’ultimo scudo su cui si abbattono i colpi ostili di un mondo che invece un’identità precisa e definita la vuole imporre.  
I momenti duri e i ripidi estremi fan di certo ballare sulla sedia, ma il rischio di farsi davvero male è evitato da sequenze sinuose e ammalianti che ammorbidiscono gli urti e dall’affaccio sul fantastico che estende la fluidità dai generi sessuali al salto di specie.
Proprio come in Ema, il fuoco e il ballo giocano un ruolo fondamentale, ma altre fonti di ispirazione si trovano sicuramente in Crash di Cronenberg, probabilmente in Arancia Meccanica e direi anche in Rosemary’s Baby. Come Polański dopo una lunga gestazione svela infatti l’aspetto del figlio del demonio, così Julia Ducournau risponde finalmente all’annosa domanda “chi, che cosa cacchio nasce da una donna che scopa una cadillac.”
Titane alla fine è un film fortissimo, completamente riuscito nonostante la mole di elementi concettuali e visivi che lo compongono e lo attraversano, un film dal destino probabilmente carsico, ma che a differenza di tanti altri, di cui si parla solo quelle due settimane in cui vengono sponsorizzati, è fatto per durare a lungo. Come il titanio.

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