IL POTERE DEL CANE

IL POTERE DEL CANE

Regia: Jane Campion
Produzione: Nuova Zelanda, Australia, 2021 – 125’
visto: Netflix

Nel 1925, in Europa la Grande Guerra è finita da sette anni, solo da tre è stata fondata l’Unione Sovietica, negli Stati Uniti, a New York, Scott Fitzgerald pubblica Il Grande Gatsby.
In Montana invece, nel 1925, l’Uomo sembra ancora fermo a cent’anni prima.
Un uomo in particolare, Phil Burbank, protrae ostinatamente la condotta e l’etica dei veri cowboy di una volta. Nonostante una posizione prestigiosa e stabile, non esita a guidare i suoi uomini nella cura del bestiame, e a immerdarsi fino ai capelli per dimostrare a tutti lo sdegno verso gli agi e la decadenza moderne.
Suo fratello e socio George invece è ben più sintonizzato col suo tempo, e con apparente remissione lo lascia fare, mentre cerca attorno a sé gli appigli giusti per imborghesirsi come si deve.
Ciò significa prendere moglie, meglio se bionda e virtuosa come Rose, locandiera vedova che gestisce una taverna di passaggio insieme al figlio Peter, giovane delicato quanto appassionato all’eredità spirituale del padre, un medico morto suicida qualche anno prima.
Il nuovo assetto familiare disturba terribilmente Phil, che vede nelle scelte del fratello il tradimento dei valori di Bronco Harry, eroico bovaro che accudì e iniziò alla vita adulta i due fratelli, affidatigli in gioventù dai genitori lontani.
Phil, la moglie di suo fratello, la detesta proprio, non fa che aggredirla e respingerla con umiliazioni e ostilità, ma è soprattutto il ragazzo a turbarlo. Peter è effemminato, e la sua figura e i suoi modi ricordano al burbero cowboy tutto d’un pezzo quello che lui non è potuto essere.
Ne nasce tutta una situazione e una tensione omoerotica che non viene mai esplicitata, se non con soluzioni grossolane e risibili, ma che avvince lo spettatore che vuole sapere come vanno poi a mettersi le cose.
Jane Campion adatta il romanzo di Thomas Savage usando per il suo Montana gli sfondi mozzafiato della Nuova Zelanda. Il ranch dei Burbank, piazzato in mezzo a una valle e rinchiuso da monti severi, rende alla perfezione l’isolamento di questa tenuta dove la povera Rose e il figlio sono insidiati fin quasi all’annichilimento.
In generale la potenza degli scenari è qualcosa che si coglie anche dalla visione casalinga, così come arriva bene l’intensità di un film che vive sul filo tra lo sguardo gelido di Benedict Cumberbatch e quello tremolante e perduto di Kirsten Dunst. Tra i due oscilla il finto giovane Kodi Smit-McPhee, il cui Peter però, direi volutamente, rimane troppo sfumato per caricarsi del dramma, o questo almeno è quello che succede fino alla conclusione. Impossibile non menzionare l’altro asso del mazzo: Jesse Plemons nei panni di George fa di nuovo una di quelle parti dove si rende impenetrabile, lo fa con un’aria ancora più dimessa del solito, eppure riesce a imprimersi magnificamente come tutte le volte che appare su uno schermo.
Tutto bene dunque, tutto bello?
Sì e no, alla fine, perché sebbene Il Potere del Cane sia portatore di un carico di qualità tale da piazzarsi in alto in tutti i concorsi e le classifiche di fine anno, manca però di una caratteristica in grado di fare davvero la differenza tra un buon film e uno di quelli destinati ad arrivare a tutti e a essere ricordato: la sincerità.
Faccio un esempio per spiegarmi meglio. C’è questa scena a un certo punto, in cui il cowboy e il ragazzo si trovano da soli nella radura lontano dal ranch, a quel punto le cose da dire sono già state dette, le intenzioni, i sentimenti e le motivazioni dei personaggi sono già noti, eppure la regista non rinuncia a mostrarci il rude cowboy prendere in spalla un palo di legno grande sempre, dotato tra l’alto di un bel puntone acuminato. Nell’inquadratura successiva ci fa vedere il ragazzino chino sul prato che raccoglie un fiore, poi si torna subito sul cowboy mentre ficca ben bene nel terreno quel bel palone di legno.
Vien da chiedersi cos’è che la Signora Campion voleva dirci con questa scenetta che non fosse già sufficientemente chiaro…
Al di là di questa sottolineatura più o meno seria, per lunghi tratti nel film ho avvertito il tentativo un po’ forzato e retorico da parte dell’autrice di penetrare la psiche di questo personaggio maschile così aspro, come se razionalizzandone i turbamenti e le contraddizioni lo si potesse decodificare a favore di una qualche tesi sociologica o che ne so.
Non è semplice da spiegare, ma in generale, da spettatore, la sensazione che ho avuto è che con la regista non si stesse giocando alla pari.
Emblematica è anche la scena in cui viene spiegato il titolo: guardandola in streaming, e potendo ricorrere al rallenty, si vede come l’immagine che in quel momento i personaggi stanno cercando tra le ombre dei monti resti nascosta allo spettatore fino a quando non viene esplicitata.
Per carità, Jane Campion racconta la sua storia e lo fa per quello che è il suo gusto e la sua poetica, e nessuno può trovare da ridire per questo, men che meno può sentirsi “fregato”, però di fronte a manifestazioni così evidenti di un punto di vista così specifico, resta la sensazione di assistere a una lezione più che a un racconto.
E questo per un film è raramente un bene.

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