È STATA LA MANO DI DIO

il

Regia: Paolo Sorrentino
Produzione: Italia, 2021 – 130’
visto: Roma d’Essai

Quando la sera del 3 marzo 2014, nel discorso di ringraziamento alla cerimonia degli Oscar, Paolo Sorrentino citò Diego Maradona, in molti prendemmo la cosa come una nota di folklore, giusto un modo colorato di sottolineare il suo legame con Napoli.
Salta fuori invece che la gratitudine per il santo peccatore ha origine nel dramma che nel 1986 lo scagliò nell’età adulta mentre si trovava ancora nel pieno di un’adolescenza acerba.  
Se dovessi contare le volte che ho citato Amarcord nelle recensioni degli ultimi anni, mi verrebbe proprio da trattenermi dal farlo ancora, ma a quanto pare è impossibile, poiché confrontarsi con Fellini, con quel modo specifico di raccontarsi, rappresenta una tappa inevitabile per ogni cineasta, un sacramento che ne convalida la carriera più di qualsiasi altro premio e riconoscimento.
Così, anche Sorrentino, arrivato a cinquant’anni, ha sentito di voler raccontare la sua giovinezza e di regalare ai suoi estimatori le lenti per rintracciare le fonti del suo Cinema.
Per ragioni che si capiscono guardando il film, lo fa in un modo meno magniloquente e meno bulimico del suo solito, conservando comunque una regia quasi perfetta nella tecnica e nello stile, con lunghi piani sequenza e mirabili panoramiche di una Napoli seducente che protegge i suoi misteri nonostante gli occhi spalancati di tutti.
Usando degli alter ego per filtrare un minimo i dati biografici, divide un racconto di due ore in una prima parte che è una commedia a tratti molto divertente e in una seconda che, dopo l’evento centrale, prende toni più riflessivi e malinconici.
Nell’estate dell’84 Napoli trepida per le voci che vogliono il talento argentino Maradona in uscita dal Barcellona per accasarsi nel Golfo. Fabietto Schisa ha quattordici anni e guarda il mondo con la bocca aperta. Grazie a un cast ricco di caratteristi e volti noti, la famiglia gli appare come una galleria di personaggi improbabili: una zia avvenente e provocante agita il fermento dei suoi ormoni, una sorella invisibile vive reclusa nel bagno di casa, la baronessa del piano di sopra spande spocchia borbonica e decadenza, la matrona bisbetica e avida condisce con l’asprezza i convivi di una tribù allargata a parenti, vicini e spasimanti.
Le loro avventure sono spesso riprese frontalmente, come davanti al palcoscenico di un teatro i cui capicomici sono proprio i genitori di Fabietto e di suo fratello Marchino: Saverio e Tina Schisa sono una coppia di borghesi modesti che si professano comunisti, colti e ironici, soprattutto ironici, sono le persone che chiami quando sei nei guai, quelle che non si scaldano mai e che aggiustano tutto con un sorriso e una battuta.
O almeno così appaiono a Fabio, che seguita a vivere in un mondo dove ogni giorno può accadere l’incredibile: può scendere San Gennaro a fare il miracolo, può arrivare Fellini a portare il Cinema con tutto il suo Circo, può anche essere che il Napoli compri Maradona.
E proprio El Pibe de Oro sembra intervenire nel quotidiano come il leggendario Munaciello, scandendo i momenti più critici, a volte risolvendoli e a volte semplicemente sottolineandoli coi segni della sua esistenza.
È stata la mano di Dio a decidere il destino di Fabietto? È stato più Maradona o più Fellini a congelare i sogni di un sedicenne e trasformarli nelle visioni di un Maestro?
Il racconto del regista si pone prima dell’esplosione del suo talento e della maturazione della sua poetica, per questo motivo il caratteristico grottesco è trattenuto, confinato in una dimensione che può ancora spiegarlo; quello che in seguito diventerà simbolico e visionario, qui resta ancora nei limiti del razionale, seppur proprio ai suoi estremi.
Questa scelta stilistica conferisce al film un senso di sincerità che si ravvisa maggiormente nella seconda parte, dove nonostante sequenze trasognanti, il piede lascia del tutto il pedale della bizzarria e rinuncia a facili barocchismi, come a chiedere allo spettatore di essere preso sul serio, come se nel momento in cui ci apre il suo cuore, Paolo Sorrentino ci assicurasse di non voler barare.
Asciugata dalle stravaganze, questa seconda parte che attraversa il lutto indugia forse un po’ troppo nel ripetere alcuni passaggi, ma passa per momenti toccanti, e sfocia nel racconto di formazione mostrando come il giovane e incustodito Fabietto sfiori un destino da Lucignolo prima di prendere una strada tutta sua.
L’Amarcord di Paolo Sorrentino non è un film del tutto compiuto, in qualche punto è sfilacciato, in altri è macchiato da piccole sbavature, ma è un lavoro sentito e commovente che lascia un intenso gusto dolceamaro e un caldo senso di vicinanza.

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