DOVLATOV – i libri invisibili –

il

Regia: Aleksey German Jr
Produzione: Russia, Polonia, Serbia, 2017 – 126’
visto: Lumière

Presentato ai festival nel 2018, vincitore di diversi premi tra cui l’Orso d’Argento a Berlino, questo film dalla bellezza struggente ha impiegato tre anni per arrivare in Italia, dove esce in poche sale e per pochi giorni.
Satine Film lo distribuisce in due versioni, credo, in russo e in italiano. Dico così perché quella che ho visto io era in lingua originale ma con tutti i titoli e i cartelli tradotti, ma poi ho visto anche dei trailer doppiati, perciò occhio, a voi la scelta.
Sergej Dovlatov fa parte della schiera di scrittori sovietici nati dopo la Grande Guerra Patriottica e che di Stalin hanno solo vaghi ricordi.
Lui, Brodskij, Limonov, Sokolov, Aksyonov, vivono la parentesi del Disgelo dopo gli anni del Terrore e della Guerra, si illudono di poter essere liberi, ma la reazione dell’apparato sovietico ai venti del ‘68 li silenzia con un burroso controllo delle pubblicazioni.
Le uniche alternative alla censura restano i samizdat e l’esilio.
A Dovlatov il destino riserverà negli USA una fama discreta in vita, e in patria un successo fragoroso ma postumo, in Russia infatti la sua figura sarà osteggiata fino alla caduta dell’URSS, ma lui sarà già morto da un anno.
Il film di Aleksey German Jr. però fin lì non ci arriva, evita l’approccio scolastico del biopic concentrandosi su un momento preciso nella vita dello scrittore.
Secondo la regola della reciprocità, il regista riduce i tempi dell’otturatore a soli sei giorni, tra la fine di ottobre e i primi di novembre, e apre al massimo il diaframma per allargare lo sguardo sullo sciagurato clima di vessazione che ha fiaccato una generazione di talenti incredibili.
Con un taglio pregevole e piani sequenza sinuosi e affollati, fotografa con palette scrupolose scene dense di storie, di personaggi e di affetti che non possono concedersi troppe emozioni.  
Nel 1971 Dovlatov è un ragazzone dall’aria beffarda, che fa a pugni per il grande Puškin e che di notte si sogna il Segretario Generale Brežnev.
È un padre innamorato e un marito triste, perché in quei giorni sta divorziando, e infatti dorme da sua madre.
La sua missione, in una Leningrado pallida e fredda che in quella settimana è tutta un cantiere per l’anniversario della Rivoluzione del 1917, è farsi accettare dall’Unione degli Scrittori Sovietici che gli garantisca la pubblicazione e un minimo di sussidi.
Purtroppo per essere ammessi occorrono articoli che provino la propria fedeltà al Partito e alla Nazione, e Sergej da questo punto di vista fa molta fatica a stare in linea con la propaganda.
Lui li vorrebbe accontentare i redattori, ma la sua prosa parla di come la vita è, non di come dovrebbe essere, e quando finisce su un set che celebra una nave intitolata al fantomatico scrittore Platon Nifontov, non resiste a sottolineare il grottesco trattamento riservato ai veri padri della letteratura Russa.
Il fatto è che anche se tutto cade a pezzi, se l’unico mercato è quello nero, se gli operai son tutti ubriachi e le finestre non hanno i vetri, la versione ufficiale deve essere Positiva! Costruttiva! Ottimista! o peggio di tutto: Educativa!
Il cittadino deve imparare: in primo luogo deve imparare cosa pensare, e poi soprattutto deve imparare a credere in una società magari dura, ma efficiente e giusta.
I veri autori infatti, quelli famosi, quelli grandi, con le loro grandi domande e coi loro grandi dubbi, rischiano di essere problematici e divisivi, e così Puškin, Gogol, Tolstoj e Dostoevskij sono ridotti a parodie imbruttite schiacciate dall’ideologia.
Ma negli anni del Disgelo il popolo Russo ha intravisto per un attimo il mondo di fuori, e nel 1971 a rimettere il genio nella lampada non ci si riesce più.
E così il regista, insieme a Dovlatov e a Brodskij, ritrae una schiera di eroi nel fiore degli anni che ha nel cuore la Russia e che vagheggia l’America, almeno per l’idea che se ne sono fatti. Pollock, Steinbeck, il Jazz, New York, nomi che si infilano in serate e nottate passate a parlare di letteratura, recitare poesie, scambiarsi libri proibiti e bere di brutto, tutti raccolti come un corpo solo che respira arte e resiste all’offesa della mediocrità esaltata dal Potere.
Avvicinandosi così tanto, lo spettatore arriva a contatto con figure di una forza pazzesca, ognuno di loro considera se stesso, e riconosce gli altri, come artisti fatti e finiti, sebbene quasi nessuno fra loro possa vantare pubblicazioni o crismi ufficiali. Ognuno nutre una passione profonda per la terra e l’identità Russa, nessuno si sente un dissidente o si sognerebbe di lasciarla, perché chi lascia la propria Patria non è più in grado di tornare e finisce per perdere ogni cosa.
Eppure a tanti di loro toccherà proprio l’esilio, perché anche se il Sistema ha abbandonato le grandi purghe, ha anche affinato modi subdoli per liberarsi delle voci fastidiose.
Approfittando di un clima delirante, in cui agenti veri e falsi si mischiano tra loro, e ogni estraneo è un probabile cialtrone, un cinico burocrate o una guardia feroce, la paranoia invade l’esistenza della gente comune e degli intellettuali fino a entrargli nei sogni e ostacolarli in ogni modo.
Nel film, la figura di Dovlatov si fa metafora della condizione di tutta la sua generazione: a neppure trent’anni è pieno di talento e di potenzialità, alle spalle un’adolescenza ribelle e la dura esperienza da soldato di un carcere siberiano, nel cuore una figlia adorata, una donna amata, ma anche tutta una serie di conquiste alle quali non rinuncia. È una bella persona, si fa voler bene, potrebbe avere tutto, ma l’unica cosa che vuole è scrivere delle cose del mondo per come le vede. Purtroppo, proprio quella cosa, non si può: non c’è bisogno di scriverle certe cose, perché complicarsi la vita con l’ironia? Chi ti credi di essere Sergej? Da che parte stai? Fai una cosa, per non sbagliare, scrivi le cose che scrivono tutti, anzi, scrivete tutti le stesse cose, che stiamo tutti più tranquilli.
Glielo dicono anche gli amici, ci provano ad aiutarlo, gli suggeriscono tutta una serie di strade che potrebbero portarlo in un punto qualsiasi tra la sopravvivenza e una cosiddetta idea di successo: ma scrivilo un bel romanzo epico, non mollare, aggiusta solo il tiro, te la do io una mano.  
Però lui non ce la fa, il mondo che conosce è solo quello che vive, guardare a Sparta gli è impossibile.
Così alla fine, il ragazzone spavaldo tutto spalle dell’inizio, dopo due ore di porte chiuse e delusioni si ritrova esausto, appoggiato contro una parete pensando forse ai “libri invisibili”, tutti quelli immaginati, quelli scritti ma mai pubblicati, quelli nascosti e quelli addirittura mai nemmeno scritti ma imparati a memoria, tutti quelli che potevano essere, e non sono stati.

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