DRIVE MY CAR

il

Regia: Hamaguchi Ryusuke
Produzione: Giappone, 2021 – 179’
visto: Sala Cervi

Un progetto ambizioso che porta a un film torrenziale, che si espande nell’arco di tre ore e che ogni volta che sembra finito si rimette in moto per raccontare ancora qualcos’altro.
Hamaguchi parte da un racconto di Murakami di una trentina di pagine, e lo sviluppa inserendo altri brani dalla stessa raccolta (“Uomini senza donne”).
Non essendo un gran appassionato di Murakami, devo fidarmi delle interviste che lodano il regista per la fedeltà stilistica all’opera dello scrittore.
In generale la critica ha accolto con gran favore questa quarta regia del cineasta giapponese che in Italia stiamo conoscendo con l’uscita ravvicinata de “Il gioco del destino e della fantasia” e di questo “Drive my car”.
Personalmente ho molto apprezzato il primo, mentre ho trovato questo ultimo un po’ troppo… “too much”, come dire.
Un po’ troppe tre ore di durata, un po’ troppi i temi toccati, un po’ troppi i momenti compassati che si ripetono.
Yusuke e Oto sono una coppia giovane e bella che lavora nello spettacolo. Il primo è un attore teatrale, la seconda una sceneggiatrice per la televisione. Tutto sembra andare bene tra loro, nonostante in passato un grave lutto li abbia feriti lasciando serie conseguenze sulla psiche di entrambi. Anche Oto era attrice infatti, ma da allora soffre di blocchi creativi che supera solo dopo il sesso. Yusuke la sostiene con amore e si adegua ai suoi disturbi fino a rifiutarsi di vederne gli aspetti più critici. La morte improvvisa di Oto lascia Yosuke con un grande rancore e un rapporto irrisolto.
Anni dopo è invitato a Hiroshima per un festival dove dirigere una versione del suo cavallo di battaglia, lo Zio Vanja di Cechov, un testo che parla di illusioni perdute e del bisogno di farsene una ragione e guardare avanti.
Le prove con il cast offrono una galleria di vividi personaggi che allargano a dismisura le riflessioni del racconto originario; ognuno porta una sua storia e un carico di emozioni che lo rende unico.
La loro singolarità è sapientemente accentuata dagli ostacoli relazionali che li dividono: tra di loro c’è chi parla giapponese, chi coreano, chi inglese e anche chi comunica col linguaggio dei segni.
Il tentativo di capire il prossimo, soprattutto l’illusione di riuscire a interpretarlo, è infatti il tema che fa da ombrello alle diverse storie. Yusuke ha di ognuno una sua idea, ma più si avvicina agli altri più si accorge della vaghezza delle sue deduzioni. C’è una frase significativa, presente nel racconto e ripresa nel film: “Per quanto ci sia comprensione reciproca con una persona, per quanto la si ami, non si può leggere nel cuore di qualcun altro come in un libro aperto. Se ci proviamo andiamo incontro solo a sofferenza. Ma se cerchiamo di guardare nel nostro cuore, se ci sforziamo davvero di farlo, alla fine ci riusciremo, questo sì. […] Se desideriamo davvero capire qualcuno, possiamo soltanto guardare dentro noi stessi.”.
Una via che Yusuke impara pian piano e che l’avvicina a Misaki, la giovane e impenetrabile autista che la produzione gli assegna e che lui accetta obtorto collo. Misaki, che in Murakami è poco più di una spalla, per Hamaguchi diventa essenziale coprotagonista, latrice di una storia dolorosa quanto quella di Yosuke, e forse di più, dato il suo ruolo nello scioglimento finale delle distanze e delle tensioni che si accumulano insieme al minutaggio.
I due devono in qualche modo condividere lo spazio della piccola auto di Yusuke, uno spazio intimo di silenzi pudici e battute Cechoviane ripetute a memoria, che si aggirano sui pensieri come rondini sul nido. Imparano a conoscersi in maniera del tutto naturale, nel Cinema di Hamaguchi i dialoghi non hanno bisogno di effetti speciali, seguono il loro corso come fa un fiume tranquillo.
L’impronta chiara della sua regia viene fuori dall’ordine degli spazi, dall’armonia dei colori, dalla precisione dei dettagli. Due momenti su tutti: la sequenza nell’inceneritore cittadino, dove una gru gigantesca afferra tonnellate di tutta quella spazzatura fin lì completamente assente da ogni metro di strada filmato, e la scandalosa irruenza del giovane attore, che alla prima prova assale la bella attrice straniera violando gli usi castigati di un popolo che vive il contatto fisico come una barriera sacra. La tensione erotica e il pudore della tradizione giapponese escono fortissimi da come il regista allestisce il racconto, le luci, le ombre, e la posizione della macchina da presa non violano mai il riserbo e il contegno dei personaggi, per i quali il contatto fisico con gli altri è un momento prezioso, da guadagnarsi con un certo zelo.
Dopo la visione, dopo tre ore di visione francamente impegnative, sono tutte queste finezze che restano allo spettatore, e lo ripagano dello sforzo.

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