Marx può aspettare

Regia: Marco Bellocchio
Produzione: Italia, 2021 – 100’
visto: Cinema Lumiere

“Quando gli parlai dell’ottimismo rivoluzionario, lui mi guardò un po’ ghignante e disse: Marx può aspettare.”

Cominciamo col dire che è un film meraviglioso e che commuove fino alle lacrime.
O almeno fa così con me che ho smesso con la fluoxetina da un paio di mesi e mi trovo tuttora in uno stato particolarmente emotivo.
Esulando dai fatti miei, comunque, c’è dentro a questo ritratto di famiglia un’impronta di verità così forte che difficilmente lascia insensibili.
Il regista Marco Bellocchio intervista i suoi fratelli ricordando il gemello Camillo, suicidatosi nel 1968.
Paolo, Tonino, Piergiorgio, Maria Luisa, Alberto, Letizia, Marco e Camillo.
Nella nidiata della famiglia Bellocchio si contano tra gli altri: un critico letterario che fonderà la rivista I Quaderni Piacentini, un regista cinematografico destinato a fama mondiale, uno psichiatrico grave abbastanza da permeare coi suoi gesti e le sue urla disperate i ricordi di tutta la famiglia, una ragazza sordomuta, un intellettuale che troverà la sua strada nel sindacato.
Di tutte queste cuspidi, Camillo è il nervo, la parte che sente tutto, ma solo su di sé, senza riuscire a trasmettere alle appendici i tremori che gli corrono dentro.
I ricordi scorrono secondo il tono acuto e inquisitorio, a tratti glaciale, del regista.
Rispondendo alle domande, questi congiunti si confessano pian piano, dalle loro carriere emergono personalità importanti, si svela un forte istinto a razionalizzare, che smorza i sentimenti e mostra una presupposta aristocrazia del Sapere che guarda al prossimo, anche al più prossimo, con una certa distanza.
Vengono fuori molti elementi insieme al ritratto di Camillo, vien fuori un cattolicesimo prepotente che insidia i cancelli di uno spirito fortemente emiliano, vien fuori una famiglia nutrita in una cultura raffinata e pungente. Emergono caratteri e personalità che sembrano scritti per quanto sono soverchianti.  
In questa competizione perpetua viene facile per noi spettatori empatizzare con Camillo, il fratello delicato, quello con le domande ma senza le risposte, quello che è biondo là dove il suo gemello è moro, quello che esita dove gli altri incedono.
Bellocchio lo ripete diverse volte nel film: “noialtri più che altro badavamo a sopravvivere”.
Nonostante si tratti di un documentario basato su interviste e immagini di archivio, la corda resta sempre tesa, la schiettezza degli interventi accende il tifo, e si è portati a esprimere maliziose sentenze morali su vicende private che invece meritano rispetto e sospensione del giudizio.
Guai a perdere di vista il fatto che sebbene Marco Bellocchio dissimuli nel suo personaggio la freddezza del fratello ambizioso e distratto, sono il suo sguardo e la sua mano di regista a guidare lo spettatore nel racconto e a condurlo al termine di una confessione sia personale che di gruppo.
Nel bel mezzo delle domande ai parenti si aprono improvvise finestre sui suoi film, inserti che mostrano come quegli eventi siano calati pari pari nel suo Cinema. Da una parte il tentativo di mascherarsi, per riserbo e per offrire al pubblico un senso di stupore integro, dall’altra la prova provata di quanto la malattia e il lutto abbiano modellato la sua psiche e la sua visione del mondo.
L’impronta di verità di cui parlavo all’inizio è il deposito di tutto questo processo di analisi che Bellocchio compie sui suoi fratelli e sorelle ma soprattutto su di sé.
Per ogni cineasta arriva tipicamente il momento di redigere un amarcord che accenda la luce sul viaggio personale dietro la propria carriera, ma quando l’intera filmografia è quasi interamente impregnata di biografia, questo bilancio non può che spingersi ancora più in fondo.
Se già normalmente aveva esposto con franchezza le sue ossessioni e i suoi convincimenti, Bellocchio arriva oggi a scostare l’ultimo velo di fiction dietro il quale proteggersi.
Certo, rimane una scrittura, rimane una messa in scena, rimangono lenti e filtri a caratterizzare la narrazione, ma il risultato finale, il lascito cercato e trovato, è un nucleo di verità commovente che in pochissimi sono riusciti a raggiungere.

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