UN ALTRO GIRO (DRUK)

il

Regia: Thomas Vinterberg
Produzione: Danimarca, 2020 – 116’
visto su: Cinema Odeon

“Cosa ci mettiamo?
Studio dell’ipotesi di Finn Skårderud
secondo la quale all’uomo manca lo 0,05% di alcol nel sangue.
Quindi descriviamo la nostra esperienza:
Consumo giornaliero con un livello di alcol nel sangue mantenuto a 0,5‰.
Obbiettivo: raccogliere dati sulle ripercussioni psicologiche, verbo-motorie e psico-retoriche, e osservare il miglioramento delle relazioni umane e professionali.
Berremo solo durante l’orario di lavoro.
Obbligatorio.
Seguiamo Hemigway: Niente alcol dopo le 20:00 né nei fine settimana.”

Dopo mesi e mesi passati a ubriacarci in casa da soli, finalmente è arrivato il film dell’anno. Presentato nel 2020 alla Festa del Cinema di Roma, e sospeso fino a oggi insieme a tutto quanto il resto, nel frattempo ha vinto premi ovunque, per ultimo l’Oscar come miglior film internazionale.
Quattro amici, professori di liceo che han passato i quaranta, decidono di scuotere le loro giornate seguendo una strana teoria che prescrive di essere sempre leggermente ubriachi.
Vediamo tutto con gli occhi di Martin, prof. di storia con un passato ruggente ma un presente a dir poco fiacco, trascurato dalla famiglia e spregiato dai suoi studenti, la tristezza lo coglie sull’orlo della classica crisi di mezza età. (In realtà Mads Mikkelsen di anni ne ha quasi sessanta, ma nessuno se ne accorge, e la sua quota di cartola resta ancora esagerata e intoccabile.)
I quattro condividono un ambiente simile, ma vengono da situazioni diverse: chi è sposato bene, chi male, chi no, ma quando sono insieme fan faville, e dopo il mesto inizio che li vede singolarmente un po’ in difficoltà, il film prende un abbrivio spassoso, con spericolati esperimenti alcolici e tentativi goffi quanto esilaranti di mascherare l’ebbrezza con le famiglie e i colleghi.
A un certo punto, ci si aspetterebbe, addomesticati come siamo, che dall’euforia si passasse allo sconforto, a una sorta di contrappasso e quindi a una redenzione finale, ma Vinterberg vuole raccontare un aspetto complesso della vita danese senza piegarsi a false morali e contestualizzando il suo gioco balordo in un discorso più ampio. In Danimarca tutti bevono un casino, è un concetto che viene ripetuto più volte, non tutti però si possono considerare alcolizzati, o delinquenti, o da biasimare per principio.
L’alcol fa parte della vita e della cultura dell’uomo da sempre, da quando abbiamo imparato a far fermentare lo zucchero; attraverso il suo uso e il suo abuso abbiamo sperimentato nuovi stati percettivi, cercato coraggio, trovato conforto.
La società di oggi, dice Vinterberg, non è migliore delle precedenti: è stressante, è competitiva, è ansiogena. Vuoi farcela senza mai ubriacarti? Accomodati, ma prima di rompere l’anima al prossimo cerca di disattivare i tuoi pregiudizi e di lasciare a ognuno il gusto di sentirsi un po’ più leggero, un po’ più deciso, un po’ più felice.
L’amarezza non manca tra i quattro moschettieri, sebbene si scansino bellamente aspetti certamente fastidiosi, ma viene proposta come una componente che l’alcol magari amplifica e distorce, non che genera dal nulla.
Libera nos a malo, dunque, perché alla fine della fiera, anche con tutti i nostri difetti, nessuno può dire chi sarà a farsi saltare la testa, e chi a vincere la Seconda guerra mondiale.

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