Nomadland

Regia: Chloé Zhao
Produzione: USA, 2020 – 108’
visto su: Cinema Lumiere

Nomadland ha vinto l’oscar perché racconta tante cose, alcune anche amare, che riguardano il tempo che viviamo ma non solo, e lo fa con delle immagini, delle musiche e delle atmosfere che ti mandano in un posto solo tuo, a fare i conti con quelle domande che si fanno tutti, ma alle quali ognuno deve rispondere per sé.
Fern è una delle persone sfrattate da Empire, piccola cittadina del Nevada di proprietà di una compagnia mineraria. Nel 2011, in seguito alla grande crisi, la compagnia chiude, licenzia i dipendenti e si sbarazza di ogni incombenza amministrativa rendendo Empire una città fantasma.
Oltre al lavoro e alla casa, Fern, che va per i sessanta e non è coperta da nessun welfare, perde anche il marito, malato da tempo, compagno di una vita caparbia e libera che ha sempre visto nel patto sociale più un ricatto che una soluzione.
Perduto il suo centro, Fern si rimette in viaggio, adatta con microsoluzioni di micropraticità un piccolo van a casa mobile, e parte alla ricerca di impieghi saltuari, stagionali, di quel tanto che basta per sopravvivere seppure in grave precarietà.
Nomadland segue un anno di questo viaggio attraverso gli stati del West: Nevada, Wyoming, South Dakota, Nebraska, Colorado, Arizona e infine California per tornare di nuovo in Nevada.
In questo ciclo di dodici mesi, Fern entra in contatto con diversi personaggi che per un motivo o per l’altro si trovano anche loro sulla strada.
Frances McDormand è l’avatar spigolosa e inquieta che si muove in questo circo di vagabondi, a volte disperati, altre entusiasti, spesso compiaciuti da una buona dose di stravaganza.
A dargli voce e corpo sono veri viaggiatori, attori non professionisti che dai titoli di coda immaginiamo protagonisti vivi di storie molto simili a quelle che rappresentano, una scelta neorealista che modella un mix potente di documentario e fiction.
Si scopre allora un aspetto particolare, a volte estremo, della società americana, una frangia errabonda, che come i primi pionieri non ha mai cessato di muoversi seguendo le piste del mito.
La regista Chloé Zhao, faccia cinese e cuore USA, attualizza gli archetipi del Western in un presente preciso:  i grandi temi del viaggio, la solitudine, le carovane, la libertà chiesta a orizzonti sconfinati, vanno a parlare con le loro nemesi moderne, i panorami naturali si contrappongono a quelli industriali: i mall, le rimesse dei camper, i fast food, e soprattutto, più evidenti di tutti, gli interni di Amazon, nuovi fienili sterili, geometrici e millimetrati, stalle per uomini da soma che servono fin quando servono e poi ciao.  
Lavori intermittenti generati da uno stile di vita oscillante, attaccato con filo sottile, mani fatte di stelle puliscono il sugo dai fornelli e dan lo straccio nei cessi, perchè la Frontiera è grande e ti rapisce, e per qualcuno vivere significa qualcosa di diverso da una casa calda e giorni tutti uguali.
Quando nessun posto è il tuo posto, per forza o per amore, trovare un’altra via diventa inderogabile.
Nomadland ha forse la pecca di razionalizzare la condizione cui tanti sono forzati attraverso la scelta che fa la sua protagonista, ma probabilmente è proprio questa dimensione più personale e meno “sociale” a estendere al massimo la riflessione e la domanda di libertà che il film porta con sé.
Il resto lo fanno la felice combinazione dei tramonti di Zhao, della fotografia di Joshua James Richards e delle note trasognate di Ludovico Einaudi, un insieme di suggestioni che emozionano ondeggiando tra l’eternità e la precarietà, l’amara consapevolezza e il grande sogno.

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