BITTERSWEET LIFE

Regia: Jee-woon Kim
Produzione: Corea del Sud, 2005 – 118’
visto su: fareastream

A patto di non aspettarsi nessuna rivoluzione, questo è un film che piacerà ai fan di Takeshi Kitano e di Tarantino.
Uscito nel 2005 in Corea del Sud, il titolo si rifà a La Dolce Vita, che è anche il nome del locale gestito da Sun-woo, giovane direttore d’albergo dall’aria sofisticata, che dietro l’apparenza impeccabile di un Mastroianni o di un Delon nasconde la ferocia del picchiatore.
Si occupa infatti di sbrigare il lavoro sporco per conto del boss Kang, brizzolato e potente, appassionato di gessati.
Sun-woo è freddo come il ghiaccio, se deve stendere uno non fa neanche una piega, ma quando il suo capo gli affida la sorveglianza di una giovane di cui si è invaghito, scopre nella ragazza la reificazione di un qualche suo ideale, e senza nemmeno dichiararsi decide per una volta di disubbidire agli ordini.
Mossa sbagliata, che in un attimo lo trasforma in un ronin, un samurai senza padrone in fuga da praticamente tutta la malavita della città.
Va da sé che il film si risolve in una violentissima caccia all’uomo, che tra sparatorie, vendette e scoltellate porta al classico “uno contro tutti” in un’apocalisse di sangue senza nessun rispetto per la biologia.
A livello di trama, di nuovo o inatteso non c’è proprio nulla, se non una fortissima estetizzazione degli ambienti, dei costumi e della stessa violenza, che è il motivo per cui il film è così tanto piaciuto.
Non ci si può certo sbagliare sulle intenzioni ludiche del regista, che gioca con le citazioni mettendo nel suo film di tutto; da Tarantino, appunto, al western, da Shakespeare agli eterni cliché del noir, senza dimenticare spassose scene degne di Kusturica.
Talmente tanta roba e talmente tanto esagerata che a un certo punto bisogna decidere se stare al gioco o mollare il colpo.
E non parlo solo del pubblico, visto che la domanda sul senso di tutta quella violenza se la fanno più volte esplicitamente proprio i personaggi, totalmente confusi dalla piega presa degli eventi.
Per chi resiste fino alla fine però, Jee-woon Kim ha in serbo una sorpresa; oltre a gratificarlo con la sua regia leccatissima e stilosa, utilizza l’epilogo – tipico del cinema coreano – per offrire una chiave di lettura che inquadra tutta l’esuberanza del racconto in un contesto quasi ragionevole.
L’ultima sequenza infatti lascia allo spettatore volenteroso la possibilità di rileggere le parti più pretenziose dell’avventura alla luce dell’indole e dei desideri del protagonista.
Si tratta di una scena aperta a ogni interpretazione, che potrebbe anche solo espandere un momento precedente del film, senza spingere né da una parte né dall’altra, ma se è vero che due indizi non fanno una prova, è vero anche che i titoli di coda mostrano un probabile flashback di Sun-woo mentre boxa col riflesso della sua immagine sul vetro, sottolineando con malizia il gusto del personaggio alla fantasticheria e al mito.

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