I CARE A LOT

il

Regia: Jonathan Blakeson
Produzione: UK, 2020 – 118’
visto su: Amazon prime video

Non so se la scarna immagine di promozione possa essere definita una vera e propria locandina, eppure nei suoi pochi elementi è perfettamente esplicativa del tipo di film che rappresenta: colorato, saturo, figoso.
Forse anche a sproposito.
L’ambiente dell’azione è quello delle case di riposo, private e/o convenzionate, probabile ultima stazione per molti di noi, viaggiatori di un’epoca che non perde più tempo con chi non è produttivo.
Il dito si va subito a infilare nella ferita: cosa succede ai nostri anziani quando non possiamo più aiutarli? Cosa ci succede quando invecchiamo?
Chi si prenderà cura di noi quando il pensionamento ci posizionerà ai margini del consumismo?
Non ti preoccupare, c’è qualcuno che si sta già preparando a prendersi cura di te.
Anche.
Se.
Non.
Vuoi.
Marla Grayson fa proprio quel lavoro: dopo aver adocchiato facoltosi anziani in condizioni di fragilità, ne ottiene la completa custodia grazie a un giudice succube, li fa internare in strutture compiacenti e ne prosciuga i risparmi per pagarsi ingorde parcelle.
A seconda dei casi poi non disdegna nemmeno di liquidare i beni dei suoi assistiti per monetizzarli a suo esclusivo vantaggio, tanto quei poveretti non usciranno mai più dalle strutture.
Le sequenze iniziali illustrano spietatamente procedure ormai perfettamente oliate, e l’efficienza con cui burocrazia e indifferenza macinano questi poveri cristi senza speranza non può che fare spavento. (tipo “parlateci di bibbiano”, per dire)
Questa prospettiva agghiacciante diventa la rampa per una specie di heist movie “uomini contro donne” che gioca con la sensibilità corrente, distorcendola in favore di un grottesco che però non viene completamente raggiunto.  
Marla divide il lavoro e il letto con la giovane Fran, e insieme formano una coppia affiatata, sprezzante, sexy, in una parola, seducente.
La loro missione è diventare ricche sulle spalle degli altri usando ogni mezzo consentito dalla legge ma mettendosi sotto i tacchi ogni morale.
Soldi facili, vista l’acqua in cui nuotano, ma più le acque si fanno calde e profonde e più i predatori si fanno feroci.
E infatti i guai per le due belle vampire arrivano quando incrociano la strada di un losco figuro, un misterioso nano molto molto ricco e molto molto pericoloso.
Ora, il fatto che quest’ultimo personaggio sia interpretato da Peter Dinklage, e abbia pertanto una fisionomia ben specifica, nel film non sembra avere nessuna importanza: non soffre di particolari complessi, né ci sono sviluppi della trama legati indissolubilmente alla sua taglia.
Credo abbia invece senso per il tipo di film che il regista intende costruire.
Giocando col fascino delle due protagoniste, e con l’innata predisposizione che suscita il loro antagonista, Blakeson fondamentalmente porta a simpatizzare per delle merde umane.
Tutti i personaggi raccontati, chi più chi meno, anche il giudice nero e scemo e anche l’anziana vittima non proprio sprovveduta, in fin dei conti non sono che dei fetenti che compiono azioni orribili e crudeli, immersi in un clima che minimizza le conseguenze e i costi umani di una corsa all’oro indecente.
È come se la tesi di fondo fosse che per quanto possiamo verniciare la nostra società con uno strato di premure ipocrite, il cinismo e l’avidità restano più forti di qualsiasi politically correct.
Un’idea buona, secondo me, che avrebbe potuto pesare ancora di più se ci si fosse creduto maggiormente.
In fondo gli elementi per fare un film particolare, qualcosa che spiccasse davvero, c’erano già tutti: un tema problematico, una storia che fila e un ottimo cast che recita senza sbavature. (Quasi inutile dire quanto Rosamund Pike sia perfetta nella glaciale determinazione della sua Marla.)
Invece forse J Blakeson non si è fidato tanto di questo spunto, e ha preferito carrozzare la sua regia con una sfilza di sequenze sottolineate a penna da una colonna sonora troppo “strumentale”, da intendersi come strumento con cui irrobustire certe scene che portano avanti la trama, ma che conferisce anche un effetto playlist che impedisce al film di essere preso del tutto sul serio.
L’intento spiazzante e polemico del regista comunque non scompare, e si manifesta chiaramente quando l’ipotetico spettatore ideale, ormai totalmente pervaso dalle ragioni che muovono i personaggi, si trova davanti all’unico lieto fine possibile e si scopre da questo quasi indisposto.

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