IL GRANDE INGANNO

Regia: Jack Nicholson
Produzione: USA, 1990 – 137’
visto su: Amazon prime video

Ecco, se si volesse cogliere al volo la grandezza di Chinatown non ci sarebbe che da accostarlo al suo seguito.
In cantiere già dal 1976, il progetto incontra subito ostacoli di ogni tipo: dai guai di Polanski ai dissidi tra i produttori, da uno script mai davvero finito ai tanti recast obbligati dal passare degli anni.
Finalmente è Jack Nicholson a farsi carico della regia e di portare in sala nel 1990 la conclusione dei travagli di Jake Gittes e Katherine Mulwray.
Per adattarsi al tempo trascorso, la vicenda viene ambientata nel 1948, undici anni dopo il tragico finale di Chinatown, durante i quali il detective sembra aver continuato a fare fortuna, lasciandosi alle spalle gli antichi drammi e dividendosi tra clienti facoltosi, partite di golf e un’importante rete di pubbliche relazioni che gli consentono di convivere con le ostili istituzioni ufficiali.
L’equilibrio viene meno quando Gittes è assunto da tale Jake Berman, sospettoso dell’infedeltà della moglie e deciso ad assicurarsi un pretesto per eliminare il rivale in amore nonché suo socio in affari.
L’omicidio stringe il detective in una scomoda morsa tra la polizia, l’instabile vedova del bersaglio e lo stesso Berman, al quale, nonostante la sensazione di essere stato incastrato, si scopre legato da una strana empatia.
Prima di decidere come comportarsi quindi, Gittes prova a risolvere l’inghippo a modo suo, indagando tra le vite di personaggi che sembrano sbucati all’improvviso ma che invece nascondono legami col suo passato.
La storia entra presto nel solco del suo modello, rinnovando gli aspetti esteriori e quelli formali ma conservando le tematiche di fondo: moventi incomprensibili si mischiano a truffe immobiliari e affari di cuore, l’acqua si cambia in petrolio ma gli appetiti predatori sono sempre gli stessi.
D’altra parte il film non fa proprio nulla per uscire dalla traccia segnata, ricorrendo spesso a inserti da Chinatown usati come flashback, per recuperarne parte di un’atmosfera altrimenti compromessa da una trama macchinosa e un racconto ridondante.
Il fatto è che undici anni nella storia non bastano a recuperarne sedici nella realtà, e il Jake Gittes imbolsito e dismesso de Il Grande Inganno, sembra avere sulla schiena molti più anni rispetto a quello splendente e affilato del 1937.  
Soprattutto però non bastano a giustificare la distanza siderale dall’idea stessa di regia, dallo sguardo con cui ci si rivolge al passato e dalla visione che si vuole restituire.
Laddove Polanski si era imposto sulla sceneggiatura di Robert Towne semplificandola e asciugandola per concentrarsi sull’emotività dei personaggi, Nicholson concede allo stesso Towne la possibilità di sviluppare la sua idea in pieno e anche un po’ di vendicarsi dei tagli subiti.
Peccato per lui che Polanski ci avesse visto giusto, perché col suo modo di mostrare anziché raccontare, riusciva a coinvolgere molto di più lo spettatore nei dubbi di un imbroglio che non si scioglieva mai, e soprattutto riusciva a fondere i colori primari del noir anni ’40 con le sfuggenti sfumature del cineasta moderno.
La coppia Nicholson+Towne, invece, si affida agli stilemi dell’hard boiled classico, adottando una serie di convenzioni in omaggio al genere ma controproducenti in termini di trasporto, in particolare un pesantissimo voice-over che entra nella testa del narratore sterminando ogni deduzione nel pubblico, che a quel punto non può far altro che assistere a un unico punto di vista.  
Così quello che prima era elegante e ricercato adesso è solo patinato e posticcio, e la messa in scena si risolve in una galleria di souvenir; un profluvio di tramonti pittorici, saxofoni, giacche troppo larghe e foto grandi in buste gialle. I dialoghi sono infarciti di battute standard e di un linguaggio d’antan sporcato ad hoc da qualche scurrilità.
Si salva il cast, indubbiamente, e forse bastano le prove di Nicholson, sempre all’altezza anche se non in una delle prove più incisive, Harvey Keitel nei suoi anni migliori, e Madeleine Stowe, spesso sottovalutata ma sempre magnetica e sensuale, a reggere un film dalle grandi ambizioni ma poco disposto a rendesi interessante. (e poi, cavolo, c’è Tom Waits!)
Prendiamo ad esempio il modo in cui l’elemento scabroso è inserito nella trama.
Il coraggio con cui tutta la vicenda è letta in un’ottica sessuale è lodevole nel sottolineare la violenza machista che pervade l’ambiente in cui si svolge, e certe uscite risultano ardite ancora oggi.
Nel complesso però sembra che questa lettura venga perseguita a tratti, per dare colore e caratterizzare il tutto, e forse per dimostrarsi ancora all’altezza dell’originale, che invece era percorso da una vena perversa che emergeva solo nel finale, con un effetto molto più esplosivo.
Anche se in conclusione, tenendo anche conto della difficile gestazione, non si possa dire che sia venuto fuori un film brutto o fatto male, risulta evidente come manchi di una sua vera forza e come per questo non riesca a liberarsi di quell’aura di ovvietà e mediocrità tipica del cinema hollywoodiano degli anni ’90.

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