Detroit (2017)

il

Regia: Kathryn Bigelow
Produzione: USA, 2017 – 143’

Dal 23 al 27 Luglio del 1967, i quartieri neri di Detroit sono travolti dalla protesta dei residenti, in rivolta contro gli abusi della polizia verso una comunità ghettizzata e oppressa.
Per contenere e reprimere, lo Stato impegna sul campo Polizia locale, Guardia Nazionale e Esercito.
La città diventa una zona di guerra.
La sera del 25, all’interno del Motel Algiers, frequentato da giovani lavoratori e studenti, una decina di ragazzi vengono fermati e interrogati per tutta la notte da una pattuglia di poliziotti.
Ci scappa il morto.
Nonostante lo scandalo, la verità giudiziaria sui fatti non verrà mai accertata.
Cinquant’anni dopo, nel 2017, Kathryn Bigelow ne ricostruisce almeno una convincente verità storica, restituendo alla cronaca le tensioni del momento e le sfumature e i colori delle vite coinvolte.
Praticamente ignorato in Italia, alla sua uscita in patria il film fece parecchio rumore, perché da quelle parti si tratta di una vicenda nota e di una ferita sempre aperta, e l’intervento della regista di Zero Dark Thirty nel quadro del Black Lives Matter non convinse tutti, sollevando perplessità in quella parte della comunità nera più attenta alla natura congenita del razzismo negli USA.
Le principali critiche mosse sono di trascurare la dimensione politica in favore degli elementi più drammatici, e di addossare le responsabilità degli abusi a un ristretto gruppo di mele marce, scagionando di fatto tutto il sistema che li sostiene.
Il punto di vista di uno spettatore italiano fatica a spiegarsi un tale puntiglio, in parte perché più o meno consapevolmente rifiutiamo di riconoscere i nostri sentimenti razzisti, e in parte perché il dibattito alimentato dal movimento per i diritti civili si articola su codici tipici di una comunicazione a noi estranea, molto attenta a certi formalismi e poco propensa a divagazioni e sfocature.
È vero che Bigelow si spinge molto in là nella drammatizzazione degli eventi, indugiando a lungo sulle ore dell’interrogatorio-sequestro, azzardando particolari che, per quanto plausibili, non possono trovare conferma.
È vero anche che il contesto generale viene tratteggiato velocemente, con poche pennellate svelte e affidandosi a un’animazione che riassume questioni complesse in maniera un po’ troppo semplice.
Però è bene ricordare anche che qui non si parla di Oliver Stone o di Spike Lee, ma della regista di Point Break, Strange Days e The Hurt Locker, film massicci, mai sciocchi, e con una robusta componente di action.
In questo, Detroit non è da meno, scorrendo asciutto e agile e mettendo tutto in fila su un cavo d’acciaio che allaccia lo spettatore alla nervosa camera a mano guidata dalla regista.
Dopo la rapida carrellata introduttiva, viene mostrato l’innesco delle rivolte, una retata dai modi bruschi e sfacciati che accende l’intifada rabbiosa dei ribelli. La repressione delle istituzioni alza lo scontro a livelli di guerriglia, con attentati, coprifuoco e cecchini. Il massacro del motel viene esasperato dalla reazione fanatica dei militari, oltraggiati dalla presenza di due ragazze bianche fra i giovani maschi neri.
Sebbene i poliziotti colpevoli vengano ritratti come una falange di ottusi ariani, osteggiati e sconfessati dai diretti superiori, il racconto prosegue con i tentativi di insabbiamento e depistaggio che mettono in luce la complicità di un sistema che ricusa la violenza ma ne condivide i pregiudizi alla base.
Anche se in realtà si passano giusto una quarantina di miglia, Detroit e Selma non sono la stessa città né lo stesso film, perciò, per non farsi trasportare dalla tensione e perdere il filo del discorso politico, qui si ricorre a volte ad alcune parentesi esemplificative, che in modo estemporaneo fanno il punto sui caratteri dei personaggi e sulle loro condizioni.
Una soluzione non certo raffinata, ma efficace nel rendere il clima opprimente che piega sotto un peso di prepotenze e soprusi i cittadini neri negli anni cruciali delle tensioni razziali.
Forse non tutto è raccordato alla perfezione, e forse si concede qualche attenuante di troppo, ma nel complesso vien fuori un film emozionante e schierato, sostanzialmente privo di punti deboli e molto solido sotto tutti i punti di vista. In questo caso, il taglio drammatico prevale sulla denuncia, ma se lo si affianca a altre pellicole per tematiche affini, come quelle già citate ma anche altre tra le tante uscite in questi anni, penso per esempio ai lavori tratti da James Baldwin o a quelli più recenti di Steve McQueen o Jordan Peele, può integrare il dibattito con elementi altrettanto incisivi.

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