Cane di Paglia (1971)

Regia: Sam Peckinpah
Produzione: USA, 1971 – 113’

Un altro film pazzesco di Sam Peckinpah.
1971, David e Amy Summer sono una giovane coppia di sposini americani. Lui è un matematico in cerca di isolamento e concentrazione, e grazie all’assegnazione di una cattedra, si trasferiscono sui colli dell’uggiosa campagna scozzese, nello sperduto paesino dove la moglie è nata e cresciuta.
Si vede subito che giocano in trasferta, la gente li squadra da capo a piedi.
Lui fuma sigarette americane e porta scarpe chiare, guidano una decappottabile in un posto dove le volte che non piove c’è una nebbia che ti entra nelle mutande.
Ma, soprattutto, Amy.
Amy è bionda, sveglia, scosciata. E non porta il reggiseno.
È una che fa parecchio chiasso in un villaggio del genere, abitato da un pugno di bestioni vestiti di panno che si guadagnano le loro pinte di birra e di whisky aggiustando stalle o cacciando topi.
In più la ragazza sembra avere rotto dei cuori in gioventù, e il suo ritorno riaccende certi rustici desideri che dal canto suo non fa nulla per tenere a bada.
Forse si compiace di ostentare ai vecchi compaesani il suo status emancipato e moderno, forse si sente troppo sicura di sé, di certo è più a suo agio del marito, un tipo affatto stupido, ma più ingessato e modesto rispetto ai torelli locali, che di quella coppia sofisticata e spocchiosa proprio non se ne fanno una ragione.
In pochi minuti, di quei famosi fucili appesi al muro se ne vedono parecchi, e si può star sicuri che al momento giusto spareranno. Tutti quanti.
Sam Peckinpah ci mette un’ora esatta a far capitare quello che deve capitare, fomentando un climax ferino che spinge la situazione sempre più verso una dimensione selvaggia, quasi primitiva.
E in effetti, quando si arriva al dunque, si ha l’impressione di assistere alle dinamiche del regno animale, con maschi alpha che si avventano sugli elementi del branco più deboli e compassati, scatenando uno scontro brutale per la sopravvivenza e la conquista.
La prepotenza della dimensione bestiale sull’impotenza dell’uomo moderno viene amplificata chiaramente dal ruolo simbolico che gli animali veri e propri giocano nella storia: tra gatti domestici, topacci e oche morte, i destini degli umani si specchiano in quelli delle bestie.
Anche le condizioni ambientali sovrastano i personaggi: mentre le raffiche di vento abbattono le effimere difese dell’urbanità, una nebbia assurda, impetuosamente viva, fa molto in fretta a rendere fumosa ogni cosa, sfocando oltre ai confini tra legge e giustizia, anche le ragioni delle parti in causa.
Irriverente verso ogni conformismo, tutto il film è attraversato da una vena di perversione che molesta il perbenismo del pubblico come una miccia incendiaria.
La freschezza di Susan George nella parte della ventenne Amy Summer è perfetta per stuzzicare le voglie di chiunque, e l’ambiguità con cui agisce e reagisce è il fulcro attorno a cui tutto si muove.
E cosa non succede sopra a quel divano…
Peckinpah gode a mettere in scena un dramma dove le forze in gioco scardinano ogni codice del prurito, lasciando le leggi morali senza alcuna risposta.
Le cose avrebbero potuto andare in un altro modo?
Qualcuno si sarebbe dovuto comportare diversamente?
Partendo dalle stesse premesse, sarebbe stato possibile cambiare il risultato finale?
La risposta del regista tende all’ineluttabilità degli istinti: i fatti scorrono sotto gli occhi inevitabili, i tasselli crollano uno dopo l’altro nell’unica direzione concessa, scanditi da ralenti mitologici e dal trucco di anticipare a volte l’immagine al sonoro; come in natura il fulmine arriva prima del tuono, così nel film spesso le ferite esplodono appena un attimo prima che si senta lo sparo.
Impossibile, in ultimo, non sottolineare la prova aurea di Dustin Hoffman, il suo David Summer scivola elettrico da giovane sposino cauto e spiazzato, a furente preda braccata, esasperato dal dimostrare al mondo la propria virilità, in un’escalation che trasforma un romantico buen retiro in una Arancia Meccanica priva di qualsiasi ironia.
In un modo o nell’altro, l’ultima battuta sarà la sua:
– “I don’t know my way home.
  It’s OK”
– “I don’t either”

Amen.

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