JoJo Rabbit

il

23 Gennaio 2020
Regia: Taika Waititi
Produzione: Germania, 2019 – 108’

Heil Hitler, dunque.
Sarà un annetto buono che sento parlare di questo film, e che lo temo arrivare.
Mi piace poco scherzare sul nazismo, specie di questi tempi, perciò non sapevo cosa aspettarmi quando ha cominciato a girare voce della storia di un ragazzino che aveva Adolf Hitler come amico immaginario.
A dirla tutta non mi era neanche chiaro quando e dove fosse ambientata la storia, e avevo un po’ paura che venisse fuori una mezza porcheria, di quelle carnevalate rozze e sciocche, come quel film sulla morte di Stalin, per esempio.
E invece JoJo Rabbit è davvero molto divertente, a tratti adorabile, e non perde mai di vista il quadro in cui si cala e il suo infinito dramma.
Pur essendo una produzione tedesca, il regista e il cast incidono al film una forte impronta hollywoodiana, che in effetti all’inizio fa temere l’antipatica tendenza a buttare in farsa ogni approccio alla cultura e alla storia degli altri.
In realtà, pur se non del tutto privo di una certa supponenza, il film si dimostra sufficientemente attento a non semplificare troppo il contesto e decisamente coraggioso a proporre gag e battute spiritose, anche ardite a volte, ma che si fermano sempre un millimetro prima di strafare.
Se non altro le scritte sono in tedesco, per dire, e lo stesso regista prende per se la parte più critica, impersonando il führer immaginario che invade le fantasie del piccolo JoJo, un bimbo di dieci anni che vive in una cittadina tedesca nell’ultimo anno della guerra, e che come quasi tutti è pervaso dalla propaganda che ha plasmato l’unica realtà che abbia mai conosciuto.
I titoli di testa lo chiariscono da subito: non si tratta tanto di una coscienza politica ad aver contagiato una nazione, ma è più un’ubriacatura per una follia collettiva che ha abbacinato la Germania con un delirio di onnipotenza e conquista assurdo.
Dunque JoJo non è un fanatico, ma solo un ragazzino senza colpa, allevato da un regime megalomane in un ambiente deviato, che però avverte in modo soft grazie all’affettuosa protezione della giovane madre, una radiosa Scarlett Johansson che praticamente affronta da sola l’imminente crollo di una promessa infernale e bugiarda.
Taika Waititi tratteggia il mondo percepito da JoJo in modo morbido e favolistico, prendendo a prestito lo stile che Wes Anderson ha imposto negli ultimi vent’anni, quindi toni pastello e movimenti di macchina basilari, con la camera che scorre perlopiù ortogonalmente, in ambienti inquadrati da una prospettiva centrale che favorisce l’ordine e le simmetrie.
Precisare questa ispirazione è superfluo quanto inevitabile, ma vale la pena sottolineare come il regista accetti di buon grado la lezione del maestro texano e se ne serva per connotare la realtà che arriva al protagonista, non ancora in grado di vincere il muro di suggestione che ne condiziona gli strampalati pensieri.
La guerra però è una cosa troppo grande e troppo dura per restare fuori dallo scudo di attenzioni della mamma, e quando le cose si mettono ad andare male, non c’è più favola che tenga, e la tragedia comincia spesso a sfondare e colpire inaspettatamente i personaggi e gli spettatori ogni volta che si credono al sicuro, riparati da un sorriso o da una scena tenera.
Non mi addentro negli sviluppi della trama, ricca di colpi di scena e di situazioni divertenti, il film è infatti un continuo, difficile ma riuscitissimo equilibrismo tra commedia e dramma, con spassose trovate al limite del demenziale che si alternano a momenti più crudi, in uno spettro di suggestioni che vanno da Germania Anno Zero a La Vita è Bella, da Il Grande Dittatore a Il Pianista, solo per citare i riferimenti più celebri.
Pressare il regime nazista dentro al registro del grottesco, per ridicolizzarlo e renderlo narrativamente più gestibile, è una strada battuta da sempre, ma Waititi la percorre con un filo di spericolata incoscienza che eccita lo spettatore come un giro sulle montagne russe, una sensazione di invitante brivido ben incarnata dall’ennesima grande prova di Sam Rockwell, che col suo personaggio in bilico sulla pazzia porta in scena una figura sgangherata e eroica, ridicola e poetica, come questo bellissimo film.
Che se poi ci fosse un Oscar per la miglior citazione o frase finale, lo vincerebbe di sicuro.

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