Dio è donna e si chiama Petrunya

il

regia: Teona Strugar Mitevska
produzione: Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia, Francia, 2019 – 100’
27 Dicembre 2019

Chissà per quali strani collegamenti mentali ero convinto di andare a vedere una di quelle commedie scandinave che ogni anno mettono lì qualcosa di magari un po’ naif ma spesso originale.
E invece no. Questa qui non è scandinava e oltretutto non è neanche una commedia.
È invece una storia piuttosto cupa ambientata in Macedonia ai giorni nostri ma che sembra intrappolata nel medioevo.
Petrunya è una trentenne piuttosto in carne che fatica a farsi andare bene il suo posto a Stip, un piccolo paese periferico e bigotto di una regione già deprimentemente periferica e bigotta. Si è laureata in Storia e ovviamente non trova lavoro. Tutto il contesto in generale attorno a lei, ma soprattutto la madre rancorosa e vinta, la esortano ad accettare proposte umilianti e a rinunciare a ogni aspirazione.
In una fredda giornata storta, uno scatto d’orgoglio la spinge a partecipare a uno di quei seriosi riti ortodossi che regolano la routine della triste comunità locale. Si tratta di recuperare una croce di legno che il pope getta nel fiume gelato. Secondo la tradizione, il fortunello vincitore si assicurerà la buona sorte per tutto l’anno, ricevendo onori e favori dagli altri partecipanti. Neanche a dirlo, Petrunya si aggiudica la sacra croce provocando però grave scandalo, poiché per un’antica consuetudine mai scritta, la competizione è da sempre riservata ai soli uomini. Il paese meschino si ribella all’oltraggio sacrilego che scuote le patetiche certezze sui cui si regge, scatenando una rabbia tribale che però non trova sponde né tra le leggi di dio né tra quelle degli uomini.
La ragazza si vede in breve tempo costretta a subire la custodia della polizia per un gesto che appunto non costituisce reato né in cielo né in terra ma solo nei miserabili cuori neri dei suoi concittadini frustrati e fascisti.
Lo stallo e lo scalpore richiamano le attenzioni della capitale, e una reporter di Skopje decide di seguire la vicenda sicura di poter contare sulla sensibilità più secolarizzata del suo pubblico. In realtà quando la sua determinazione andrà a sbattere sul pregiudizio e sulle ottuse prassi degli uomini che le sono vicini, scoprirà suo malgrado che la stessa bile patriarcale così virulenta in paese scorre copiosa anche in città.
Il film è un atto d’accusa coraggioso e scomodo di una regista che da anni si impegna a fustigare l’abbrutimento del suo paese e l’arretratezza culturale che si riflette nell’ostracismo subito dalle sue eroine. Al di là dei propositi meritevoli e della passione che li muove però, dal punto di vista cinematografico il film risulta piuttosto debole, sia per alcune forzature nella sceneggiatura, sia per una regia spesso caotica e poco fluida.
La necessità di filmare con pochi mezzi a disposizione costringe spesso a stringere le inquadrature su interni sacrificati e primi piani intensi, e se è vero che queste soluzioni aumentano la claustrofobia che è parte del mood che vuole trasmettere, è altrettanto vero che mancano momenti che alleggeriscano l’atmosfera e facciano respirare il film, che infatti si avvita su un’unica idea chiudendosi troppo in se stesso, piantandosi a metà tra commedia e tragedia, tra satira e denuncia, senza decidere mai da che parte stare.
Come si diceva all’inizio, il cinema indipendente europeo regala ogni anno almeno un paio di titoli esotici, capaci di sfondare la membrana dei confini locali e proporre al pubblico mainstream spunti interessanti e originali. Purtroppo questo non è uno di quei casi.

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