Il Terzo Omicidio

il

regia: Kore’eda Hirokazu
produzione: Giappone, 2017 – 124’
3 Gennaio 2020

Delle volte, quando un film fatica a trovare una distribuzione, può essere che sotto sotto ci siano dei buoni motivi.
Questa è una di quelle volte.
Il Terzo Omicidio è girato da Kore’eda nel 2017, dopo gli apprezzati Little Sister (2015) e Ritratto di Famiglia con Tempesta (2016), e prima della Palma d’Oro di Cannes per Un Affare di Famiglia (2018). Rispetto a questi titoli, che insieme a altri più datati si soffermano su rapporti familiari come minimo particolari, questo giallo atipico tocca l’argomento solo marginalmente, e si concentra su domande esistenziali, filosofiche e etiche.
Subito all’inizio si vede un uomo, il signor Misumi, colpirne a morte un altro e poi bruciarne il corpo.
L’assassino viene immediatamente arrestato, e confessa il crimine motivandolo come conseguenza di una rapina finita male. Il caso sembra chiuso, ma il team di avvocati incaricati della difesa ha bisogno di chiarire il movente e la dinamica per poter elaborare una strategia che eviti all’assistito la condanna a morte.
L’indagine che segue è il pretesto per rimestare una lunga e tortuosa serie di domande e di riflessioni che va dalle peculiarità del sistema legislativo giapponese al senso più alto della giustizia, dal significato della verità al ruolo di chi deve giudicare e amministrare la pena.
Dati per certi sia il delitto che il colpevole, Kore’eda parte da una situazione apparentemente già risolta per affondare in una materia oscura e a tratti impalpabile, intricandola sempre di più man mano che la storia rivela nuovi inquietanti dettagli.
Si viene a sapere che Misumi ha appena scontato trent’anni per il duplice omicidio di due strozzini, che la sua ultima vittima è il suo ex datore di lavoro che l’ha appena licenziato, e che esistono legami segreti e privati tra l’assassino e la famiglia del morto.
Più si fa luce sui personaggi e più emergono dilemmi morali e etici che rimandano ai grandi temi dostoevskijani di Delitto e Castigo, un’eco che riverbera anche nel rapporto tra Misumi e l’avvocato capo Shigemori, che si sfidano e si cercano sullo sfondo della tensione tra il bisogno di stabilire la verità dei fatti e la misura della giustizia da conciliare. A differenza di Raskòl’nikov e Porfirij Petrovič, che nonostante l’empatia reciproca restano comunque antitetici, i protagonisti di Kore’eda sembrano sfumarsi l’uno nell’altro, come sovente suggerito dal gioco di riflessi e di campi-controcampi con cui si passano la parola.
Per simboleggiare l’indeterminatezza dei quesiti e immergere lo spettatore nel dubbio, il regista gira tutto in una mezza luce cupa che costringe ad aguzzare la vista dentro una penombra che sfuma i dettagli e smarrisce i contrasti, una scelta efficace ma ovvia, che estesa per due ore buone appesantisce enormemente un film già gravato dall’essere distribuito in v.o giapponese sottotitolata.
Il risultato è che l’attenzione si regge bene più o meno fino a metà, cioè fino a quando non si scopre il vero movente dell’omicidio; una volta risolto il mistero comincia la parte con il processo in tribunale e da quel punto la prolissità del racconto e la monotonia dell’atmosfera diventano ripetitive e si perde interesse a seguire il destino di personaggi continuamente impegnati a ribadire concetti già espressi. Peccato, perché il film è girato e recitato molto bene, ma finisce per soffrire l’eccessiva pesantezza del tono generale, tanto che la conclusione è attesa più per lasciare la sala che per vedere come va a finire.

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