Sorry we missed you

il

regia: Ken Loach
produzione: Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019 – 100’
17 Dicembre 2019 

Allora com’è l’ultimo di Ken Loach?
È che quando esci dal cinema, e torni finalmente a respirare, ti rendi conto di quanto ti sia mancata l’aria nei cento minuti precedenti.
Dice Ken Loach che questo film ha cominciato a germinare in lui mentre girava I, Daniel Blake, dopo certi incontri che lo hanno spinto ad approfondire la vita dei corrieri, e in effetti molte cose sembrano dettate da un’urgenza più civica che artistica.
Non che sia poi facile scindere questi due aspetti nella sua carriera, ma se nei lavori migliori è sempre riuscito a dosare la rabbia con la poetica, stavolta si avverte una predominanza della prima, in uno sbilanciamento forse dovuto a un trasporto che si è fatto fretta, comprimendo il risultato finale che, seppur apprezzabile e assolutamente condivisibile, non trova l’agio necessario per respirare e evolversi del tutto.
Il proposito è chiaro: imbastire una famiglia tipo in cui ogni elemento porti alla luce le criticità e le minacce con cui il capitalismo demolisce il welfare e soffoca le prospettive di chi non ha santi in paradiso.
Ognuno si trova da solo a combattere battaglie quotidiane attraverso cui si espandono le problematiche dei vari settori per sviscerare la natura profondamente corrotta del liberismo sfrenato, e ognuno alla fine della giornata scarica sui familiari le tensioni accumulate.
Quello che coinvolge sempre tremendamente nei film di Ken Loach è che parlano di povertà e di crisi, ma, invece che tipi loschi, ambienti degradati e stamberghe, mostrano persone comuni, delle volte anche con degli amici e un minimo di vita sociale, che vivono in case decorose, con arredi e elettrodomestici normali, e che provano in tutti i modi di proteggere la propria dignità contro un sistema che tende a stritolarli senza scrupoli.
Ricky, Abby, Sebastian e Liza Jane: ognuno di loro porta una croce e apre una finestra su un settore ferito della nostra comunità “normale”, esplorandolo in profondità fino a toccare con il dito le zone umide e nascoste che fanno più male.
La sceneggiatura di Paul Laverty porta il film nel sistema delle consegne a domicilio, accendendo le luci sui ritmi imposti ai corrieri dalle compagnie che li gestiscono, spesso affidate a personaggi spietati, ex tagliagole riciclatisi inghiottendo il manuale del bravo manager. Con lo stesso stile passa al mondo delle cure domiciliari ai più vulnerabili, anziani, malati, persone sole, messe ai margini dal macinare implacabile di un ingranaggio efficentista che al suo interno trattiene solo la polpa, e scarta come bucce vuote le vite di chi non può alimentarlo.
L’excursus sulle giornate dei genitori risulta intenso, ma il tono didascalico con cui vengono snocciolati i diversi punti tende paradossalmente a raffreddare l’empatia perché prevale l’aspetto documentaristico rispetto a quello narrativo.
Al contrario, Loach e Laverty si occupano anche dei figli e, forse per l’oggettiva difficoltà a scandagliare con esattezza i turbamenti di un’età sempre misteriosa, risultano più drammatici e coinvolgenti mostrando il disagio e la rabbia frustrata della generazione che in cambio di uno smartphone ha visto bruciare i ponti verso il futuro con la demolizione sistematica dell’istruzione e la sterilizzazione della formazione professionale, e anche dei più giovani ancora, già nati e cresciuti in un deserto di opportunità e vittime di tensioni e conflitti impossibili da capire e affrontare.
La lotta impari e disperata che va in scena spaventa e toglie il fiato, e anche gli immancabili siparietti ironici servono a poco, perché il rivedersi nel tifo calcistico o nei tic di tutti i giorni non funziona come diversivo e alleggerimento, ma anzi accresce ancora di più l’empatia verso l’immagine di noi stessi proiettata sullo schermo.
Quindi, come si diceva, non è che proprio non si respiri, però si respira poco, e a fatica.
Il limite del film, che lo inquadra come una costola minore nella filmografia del regista Britannico, sta nel lasciar prevalere l’impianto didattico e politico sulla narrazione.
Di nuovo, personalmente sono pronto a sottoscrivere ogni singola istanza che viene presentata, ma dal punto di vista del racconto, si ha sempre l’impressione che si sia costruito un mazzo di carte, ognuna rappresentante una qualche sfiga, e che siano state tutte sfogliate una per una, così alla fine si è assistito più a una lezione che a una storia.
Probabilmente consci di questo scompenso, e alla ricerca di un bilanciamento per rappresentare al meglio l’umiliazione dei sentimenti a cui ambiscono, gli autori calcano la mano sulle virtù dei personaggi, tratteggiandoli quasi come dei santi, pazienti, ragionevoli e miti.
D’altronde bisognava salire abbastanza in alto per mostrare una caduta che facesse un certo effetto, e a dispetto del titolo, in questo il film non manca di certo il bersaglio, provocando negli spettatori un senso di oppressione diffuso, condiviso, che troppo facilmente sfocerà in un qualche buon proposito velleitario del tipo “non comprerò mia più nulla su amazon” o compagnia bella.
Immagino che nessuno degli autori abbia sul serio l’illusione di poter tornare indietro, e francamente non sono nemmeno sicuro che ne valga davvero la pena, piuttosto credo che al di là dei facili esorcismi che ci si può recitare per scaricarsi delle responsabilità, l’intenzione fosse di mantenere alta l’attenzione sul ruolo di cittadini, consumatori, dipendenti e utenti che ognuno di noi gioca ogni giorno e, in attesa di trovare un modo efficace di risalire la corrente, comportarsi responsabilmente tenendo sempre presente che ogni cosa costa e ogni cosa va pagata.

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