Ritratto della giovane in fiamme

Regia: Céline Sciamma
Produzione: Francia, 2019 – 122’
15 Dicembre

È potente questo film di Céline Sciamma, di una potenza che si concentra e si esalta nei pochi raffinatissimi elementi su cui si regge, e che regala allo spettatore il piacere di un’esperienza forse un po’ impegnativa ma sicuramente ricca e densa, quasi tonificante.
Mettendosi di proposito in una situazione narrativamente difficile, l’autrice si stringe attorno alle sue interpreti per aumentare l’intensità della storia che racconta e del sentimento che le unisce.
L’impressione di percorrere una strada in salita si deve alla rinuncia a elementi che di solito portano facilmente a un’empatia più completa e universale, in favore di un sentiero di certo più stretto e scomodo.
Innanzitutto il genere: un dramma sentimentale in rigoroso costume, fine Settecento, a duecentocinquanta anni di distanza dallo spettatore.
Poi il soggetto: l’amore tra due ragazze, con l’esclusione categorica di ogni altro personaggio maschile, quindi da un certo punto di vista, l’invito implicito a più di metà della popolazione mondiale a restare fuori dalla porta.
Poi l’ambientazione: una villa sul mare, nel nord della Francia (in Bretagna?), uno scenario che pone i già pochi personaggi in un isolamento estremo, di fatto una prigione per quattro donne che pure non hanno commesso alcun reato.
E poi ancora, non c’è commento sonoro, ad eccezione di due o tre scene in cui la musica e il canto sono presenti non come sfondo, ma con un significato forte e preciso, che anzi viene proprio amplificato nell’assenza di frasi musicali, e che si lega in modo subliminale al mito di Orfeo e Euridice sviluppato nella seconda parte.
Un gioco rischioso di sottrazione e di allontanamento dalle scorciatoie, che invece riesce a funzionare molto bene grazie al talento della regista e delle formidabili attrici.
Adèle Haenel è l’Attrice francese di questi anni, ha un fascino irresistibile, uno sguardo indimenticabile, e riesce a incarnare una caparbietà tosta e mirabile restando estranea a ogni stereotipo mascolino. 
Noémie Merlant è semplicemente bellissima, risoluta e vibrante, i suoi occhi hanno il taglio del rapace mentre cerca sulla tela di indovinare i tratti dei soggetti che dipinge.
Il pretesto che muove la vicenda è infatti che il suo personaggio, Marianne, è una pittrice chiamata su questo strapiombo oceanico da una ricca contessa a ritrarre la figlia Héloise. Quest’ultima non ne vuole sapere di posare, poiché sa che contro ogni suo desiderio il dipinto la darà in sposa a uno sconosciuto.
Alla pittrice viene quindi comandato di agire in incognito, di fingersi amica della giovane e di scrutarla in segreto per rubarne i dettagli del viso e il carattere da infondere nel ritratto durante la notte.
Le due trascorrono i giorni insieme dedicandosi a lunghe passeggiate tra la spiaggia, il vento e gli scogli, scoprendosi pian piano l’un l’altra attraverso timide aperture e un gioco di sguardi assetato di curiosità e timore.   
Se fai così ti innamori per forza.
Quello che succede dopo non c’è bisogno di anticiparlo, il film in questo senso procede su orme già segnate, anche perché all’autrice sta a cuore non tanto la cronaca della liaison, quanto lo stile scelto per raccontarla, che risolve ogni sua declinazione nel grande tema dello sguardo come strumento principe di conoscenza, di sé e degli altri.
Le due protagoniste sono costrette a guardarsi e a farsi guardare, e in questo atto scoprono i dettagli particolari  dell’amata e insieme accettano di rivelare aspetti privati anche difficili da ammettere.
Il ritratto che viene commissionato ha il preciso scopo di convincere il potenziale marito a impegnarsi con una moglie che ancora non conosce. Per rispondere a questa esigenza l’immagine della ragazza deve aderire a un ideale consolidato nel tempo e nel mondo in cui vive, che la vuole piegata alle aspettative diffuse indipendentemente dalla sue vocazioni più profonde.
La pittrice si trova a un certo punto a dover scegliere se assecondare la richiesta del mercato, e quindi i canoni e i limiti che i committenti le impongono, o se invece scavalcare il perimetro in cui la società ne confina il talento e la sensibilità. 
Allo stesso modo lo spettatore è trasportato in un contesto straniante e stimolato a osservare scene costruite su simboli e colori che lo conducono a una verità diversa da quella presupposta inizialmente.
La giovane in fiamme del titolo è ovviamente la corrucciata Héloise, ma è Marianne a portare il fuoco, è lei che veste di rosso ed è su di lei che si riflettono le vampe del camino. Anche lei s’incendia nelle due settimane che le due passano insieme, e una volta lontana quel fuoco si spegnerà e si troverà immersa in toni freddi, vestita di blu tra drappeggi bianchi e azzurri.
Ci sono poi altri due personaggi, che tra di loro sono agli antipodi e che insieme orbitano attorno alla coppia ampliando il discorso sulla condizione femminile; sono la madre di Hèloise, interpretata da una dimessa Valeria Golino, e la giovane cameriera di Luana Bajrami.
La prima è un madre duramente colpita dalla sorte delle figlie, mentre la seconda è un’adolescente alle prese con una maternità indesiderata.
Anche loro sono quindi donne intrappolate nelle regole, costrette a cavarsela tra le pieghe di consuetudini che escludono qualsiasi variazione.
Parallelamente alla denuncia dei blocchi che hanno piombato la condizione femminile nei secoli, va in scena una storia d’amore appassionante e impetuosa, che dialoga con uno dei miti più struggenti di sempre, quello già citato di Orfeo e Euridice.
Nel Mito, Orfeo perde l’amata dopo averla recuperata dall’Ade, contravvenendo all’unica condizione posta per riportarla tra i vivi, quella di non guardarla fino a quando non fossero giunti salvi in superficie. Ma Orfeo ama troppo Euridice, e il desiderio irresistibile di vederla, di ammirarla ancora per imprimersene a fondo il ricordo, è troppo più forte del buon senso e delle raccomandazioni, e così finisce per perderla per sempre in cambio di un ultimo fatale sguardo.
Tutto nel film trasuda di fascino e di desiderio, tutto seduce, ammalia, e spinge a sfidare il senso comune per inseguire un amore che anche quando diventa finalmente carnale, non perde un grammo della sua intensità.
Poteva venire fuori un polpettone noioso e melenso, ma seguendo la scia dei più grandi pittori, Céline Sciamma conduce lo sguardo del pubblico in profondità, spingendolo ad abbandonare i preconcetti, le idee standardizzate legate alle abitudini, e a impegnarsi nella ricerca di un’impressione e di un’identità libere dalle influenze del tempo e più aderenti all’intima natura alla quale ognuno, in ogni epoca, prima o dopo, è sempre chiamato a rendere conto.

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