L’Ufficiale e la Spia

Regia: Roman Polanski
Produzione: Francia, Italia, 2019 – 126’
26 Novembre 2019

Ai miei tempi il caso Dreyfus ce lo insegnavano a scuola. Perché era stato un grande scandalo e perché di solito viene indicato come il primo momento dell’età moderna in cui “l’intellettuale” entra nel dibattito pubblico col preciso scopo di influenzarlo, in favore di istanze morali e di ideali superiori alla Ragion di Stato, e quindi esponendosi coraggiosamente a un violento conflitto con il potere politico e giudiziario. Questo almeno in una prospettiva eurocentrica, perché poi di vedere come andavano le cose nel resto del mondo ci è sempre interessato il giusto.
Ad ogni modo questo evento dirompente si fa coincidere con la pubblicazione il 13 gennaio 1898 sul giornale parigino L’Aurore, dell’articolo “J’Accuse…!” a firma del già famosissimo giornalista e scrittore Émile Zola.
Nell’articolo venivano attaccati i massimi vertici delle forze armate e del governo francese, accusati di aver distorto per convenienza l’indagine per alto tradimento su di un giovane capitano dell’esercito, condannato ingiustamente sull’onda delle antipatie antisemite che da sempre si agitavano sotto il pelo dell’acqua, e che poi abbiamo visto tutti come è andata a finire.
Sempre ai miei tempi, a scuola ci facevano anche vedere il film del 1991 sul caso Dreyfus, che si chiamava “Prigionieri dell’Onore” dove tanto per incasinare le cose, uno dei personaggi principali lo faceva, pensate un po’, l’attore Richard Dreyfuss.
Se mi ricordo bene si trattava di una cosa abbastanza classica, un film in costume dal timbro più storico che drammatico, una di quelle opere didattiche che ci tengono a insegnarti un qualche concetto ma che non arrivano mai a qualcosa di particolarmente emozionante.
La versione al cinema in questi giorni invece è molto più accattivante, e riesce a proporre sia delle riflessioni esplicite sul tempo in cui si sono svolti i fatti, sia tra le righe a lanciare un ponte verso il momento attuale che l’Europa vive sul piano dei pregiudizi, delle relazioni con altre culture e della reazione di certe strutture di potere che resistono alle richieste di cambiamento ogni giorno più furenti.
Roman Polanski e il suo sceneggiatore Robert Harris non si accontentano di curare molto bene la ricostruzione d’epoca, i costumi e le atmosfere, ma il taglio che scelgono per il racconto aderisce ai dettagli polizieschi e si sofferma sul clima di sospetto e sabotaggio, svecchiando così l’impostazione un po’ rigida del dramma storico e portando il film nel campo delle spy-story più avvincenti.
La chiave della messa in scena si trova nella frase che Polanski fa leggere al protagonista, il colonnello Georges Picquart mentre legge l’articolo “J’Accuse!” sulla carrozza che lo porta in prigione.
Adesso non me la ricordo esattamente ma la battuta dice sostanzialmente che “una società che rinuncia alla verità e che per opportunità tollera una palese ingiustizia è una società in decomposizione.”
E infatti quest’aria mefitica, satura di odori malsani e scarsissima di ossigeno è il leitmotiv di tutta la prima parte del film, che è carica di elementi soffocanti. Quando il colonnello Picquart viene promosso a capo dei servizi segreti, viene trasferito in un quartier generale sudicio, invaso dall’odore delle fogne, dove tutti si fumano in faccia e le finestre non si possono aprire. Non a caso il suo predecessore finisce i suoi giorni allettato in condizioni pestilenziali e tutti i personaggi si muovono perlopiù non nell’aria limpida, ma in una specie di vapore insalubre, una cultura batteriologica umida e pesante, che offusca ogni cosa e smorza ogni colore, e persino dai roghi in cui il popolo imbestialito brucia i libri di Zola viene fuori solo una luce freddissima.
La Parigi dell’Affaire Dreyufus è sbiavda, livida e malata, altro che Belle Époque e Ville Lumière.
Da un ambiente così cosa potrà mai venire fuori di buono?
Polanski non lo dice esplicitamente, ma lo lascia vedere in controluce, che quella classe dirigente lì, quella politica lì, nel giro di una decina d’anni porterà l’Europa alla catastrofe della Grande Guerra, suggerendo che la carneficina assurda e la morte di milioni di uomini si trovino nella stessa precisa traiettoria di quell’immorale codice di condotta e della rabbia cieca del popolo abbacinato dai nazionalismi.
Sono questi i bagliori di violenza che si riflettono sui nostri giorni, e a cui il regista richiama l’attenzione usando mirabilmente alcune trappole per tenere viva la concentrazione. Ad esempio nella prima parte la vicenda giudiziaria è ripercorsa attraverso dei flashback che però non sono resi evidenti come al solito, cioè non vengono indicati da particolari come un effetto di dissolvenza o una qualche variazione di acconciatura o che, ma inaspettatamente ci si accorge dell’andare avanti e indietro nel tempo solo dal contesto, dagli eventi che vengono raccontati, o da piccoli dettagli come i gradi militari dei personaggi che cambiano con gli sviluppi dell’indagine.
In questo modo lo spettatore è costretto a stare più attento e a predisporsi in uno stato ricettivo più aperto alle sfumature.
Un altro modo in cui Polanski ravviva l’interesse è inserendo nelle inquadrature riferimenti pittorici piuttosto famosi, come quelli a le déjeuner sur l’herbe di Manet o a la mort de Marat di Jacques-Louis David, o anche altri che possono essere colti oppure no e che aggiungono una componente di citazionismo e di gioco che non disturba affatto la visione.
C’è davvero tanta roba e tanta qualità in questo film, e se proprio si volesse fare i rognosi a tutti i costi, l’unico leggero appunto sarebbe per il casting. Non certo per i protagonisti: Jean Dujardin nei panni di Picquart è solido e convincente, e non vi dico quanto c’ho messo a capire che sotto quel Alfred Dreyfus c’era un ottimo Louis Garrel.
Il problema al massimo potrebbe essere nei comprimari a volte un po’ troppo caratterizzati, in special modo con dei cattivi che si sa da subito che sono cattivi, perché han delle facce che stanno antipatici già prima di aprire bocca.
Poi non so, parlano tutti di Roman Polanski che deve andare in galera, e poi ti mettono lì Luca Barbareschi…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...