Parasite

8 Novembre
Regia: Joon-ho Bong
Produzione: Corea del Sud, 2019 – 132’

Tutte le famiglie ricche sono simili tra loro, ogni famiglia povera cerca di farli fessi.
A Seul c’è una casa bellissima che tutti vogliono abitare.
Al momento ci abitano i Park (marito, moglie, figlia e figlio).
La famiglia di Ki-taek invece (marito, moglie, figlia e figlio), vive in una specie di tana claustrofobica sotto il livello della strada, tanto che il cesso è sopraelevato, altrimenti sarebbe più in basso delle fogne.
La famiglia Park insegue un ideale stile di vita di successo, e dedica tutte le energie ad attività edonistiche molto eleganti.
Nella famiglia Ki invece hanno ben altri problemi; senza un lavoro e senza un soldo, le studiano tutte per scroccare l’impossibile e trarre vantaggio da ogni situazione.
Quando le due famiglie vengono in contatto, inizialmente attraverso Ki-woo, il figlio di Ki-taek, i componenti della famiglia povera entrano uno dopo l’altro nella casa dei ricchi. Lo fanno sotto mentite spoglie, arrangiando con intraprendenza e cinismo una truffa con cui si rendono indispensabili all’indolente famiglia Park.
Su questa ossatura il regista coreano Joon-ho Bong imbastisce una commedia allegorica in cui sublima i suoi pensieri sulla lotta di classe, un tema che aveva già trattato qualche anno fa nel famigerato Snowpiercer, dove il conflitto si risolveva all’interno di un treno, tra le carrozze di prima classe e i vagoni popolari. Una metafora piuttosto grossolana, che però dev’essere piaciuta parecchio, visto che inspiegabilmente quel film è stato battezzato come un cult fin da subito. Stavolta invece Bong si impegna in una costruzione più raffinata, e rinuncia ai toni messianici per affidarsi a un’ironia spietata con cui attrae gli spettatori nella trappola di un finale corrosivo e provocatorio.
Anche se ormai, giustamente, dire “cinema coreano” suona come una perculata verso chi si considera un cinefilo, questo film è una buona sintesi degli aspetti comuni a una certa cinematografia: ad esempio il cast è selezionato per risultare gradevole, con facce pulite e accattivanti, in particolare le ragazze rispettano un’estetica che si suppone gradita anche a un pubblico occidentale, un’altra caratteristica è la pulizia delle immagini, sempre molto armoniose e geometriche, e in generale la ricerca di uno sfondo confortevole che vada a contrasto con delle trame che a volte possono avere sviluppi radicali e disturbanti.
Soprattutto però quello che contraddistingue e unisce alcuni cineasti nati in Corea del Sud è la propensione a favorire la forza dell’allegoria rispetto alla verosimiglianza della trama. Nel patto che propongono questi autori c’è la richiesta di sospendere la critica puntigliosa a caccia delle incongruenze e di lasciarsi piuttosto suggestionare dalla metafora alla base del soggetto. In cambio promettono una simbologia intrigante che stuzzichi il pubblico a decifrarla.
Il grosso del senso di Parasite è chiaramente comprensibile al primo livello di visione, ma il tutto è impreziosito dai molti elementi che contengono un significato che va oltre la propria funzione, e che viene lasciato all’istinto degli spettatori.
Innanzitutto le abitazioni delle due famiglie: una in posizione sopraelevata, circondata da un giardino perfetto che la separa e la protegge dalla città, l’altra in basso, in fondo a un vicolo, scolo naturale di qualsiasi bruttura; la prima è un’oasi rigorosa di lustro e minimalismo, la seconda un imbuto di oggetti ammucchiati male. Poi la pietra ornamentale che Ki-woo riceve in dono, che rappresenta lo stile raffinato che la sua famiglia invidia e insegue a ogni costo. E ancora, i nomi americani con cui gli impostori si presentano ai Park, i riferimenti ai “pellerossa”, la Mercedes, gli scout, tutti tentativi di rinnegare le origini coreane, ritenute forse provinciali, per vagheggiare modelli culturali più ambiti.
Ultimo ma non ultimo, il titolo Parasite che si riferisce tanto alla famiglia di poveri che sottrae con l’inganno stipendio, vitto e alloggio, quanto a quella ricca, che sfrutta il lavoro e il tempo dei collaboratori relegandoli al lavoro sporco e noioso e mantenendoli sempre freddamente a distanza.
La critica del regista è cattiva e non salva nessuno, riconosce nella scalata sociale l’unico motore delle azioni delle classi povere, suggerendo che l’unico esito possibile della lotta di classe sia uno scontro all’ultimo sangue, e che il fine ultimo degli indigenti sia occupare il posto dei borghesi, a un certo punto inoltre inserisce un elemento a sorpresa per estendere l’orizzonte del discorso e relativizzare i suoi personaggi dentro a una dinamica che vede fatalmente universale. Una cosa in cui Parasite pecca un po’, e che viene fuori spesso in film simili, è la tendenza a tornare più volte sul concetto di partenza nonostante questo sia già stato sufficientemente chiarito. Curiosamente, questa specie di timore di non essere capiti, o forse di lasciare indietro qualcuno, coglie diversi registi conterranei, che una volta esaurita la forza del film sentono la necessità di aggiungere un epilogo che chiuda la storia e la rispieghi anche ai più duri di comprendonio. Un difetto che invece non tocca Burning, un altro film coreano distribuito in Italia dal mese scorso (ma uscito nel 2018) e che fa il paio con questo poiché parla anche lui della lotta di classe attraverso un’allegoria, ma lo fa scegliendo un registro più lirico e misterioso, riuscendo a essere addirittura più inquietante e rappresentando la controparte calda della glaciale commedia nera di Joon-ho Bong, vincitrice quest’anno della Palma d’Oro al Festival di Cannes.

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