The Irishman

6 novembre
Regia: Martin Scorsese
Produzione: USA, 2019 – 209’

La prima cosa che vien da dire di The Irishman è che dura veramente tantissimo. Son tre ore e mezza in cui di cose ovviamente ne succedono, ma ci sono anche parecchie scene prolisse, con dialoghi che si allungano eccessivamente e altre dove la lentezza di momenti non certo concitati viene addirittura esasperata.
Si capisce quindi chi preferirà aspettare un paio di settimane per vederlo in streaming, disponendo della possibilità di scaglionare la visione più comodamente.
La seconda cosa che vien da dire, è che bastano poche ore di sonno (intendo dopo la proiezione) per rendersi conto che sotto la superficie del classico gangster movie, il film parla anche di tanto altro, e che l’effetto ipnotico, al limite del soporifero, è perfettamente funzionale al risultato che vuole ottenere.
Va da sé che una visione frammentata e sospesa potrebbe inficiare l’’esperienza globale.
Dalla clinica-ospizio dove sta consumando la vecchiaia, l’irlandese Frank Sheeran (Robert De Niro) racconta del viaggio in auto, che una mattina di agosto del 1975 lo portò, insieme al suo capo Russell Bufalino (Joe Pesci) e alle rispettive mogli, a incontrare Jimmy Hoffa (Al Pacino), potente e carismatico capo del sindacato dei camionisti tra gli anni ’60 e ’70.
Come per anticipare il seguito, il viaggio si presenta pigro e un po’ noioso, rallentato dalle frequenti soste che le mogli tabagiste esigono, per rispettare il divieto di fumare in auto imposto da Russell. 
In questa allegoria Scorsese concentra parecchi temi del film: la famiglia, le regole, il tempo che passa e il racconto. 
In pochi minuti, attraverso il classico montaggio battente, si viene a sapere che Frank Sheeran ha un passato da sicario della mala, e che il suo capo è un importante boss dalle prestigiose origini siciliane.
Parte quindi un altro livello del racconto, che attraverso il flashback ripercorre il rapporto tra i due, dal loro incontro negli anni ’50, risalendo i decenni per chiarire i motivi del viaggio del 1975 e ancora più su, fino a ricongiungersi col vecchio Frank nella sua camera dell’ospizio.
La vicenda di Hoffa, che intreccia le lotte sindacali, la mafia, i servizi segreti e la politica ad altissimi livelli, è una delle più emblematiche e ambigue della storia americana del dopoguerra, e il regista la cavalca per aggiungere una dimensione epica ai suoi personaggi e amplificare le contraddizioni morali che tutti loro sono costretti ad attraversare. 
Anche se commettono azioni violente dalle conseguenze tremende, i protagonisti sembrano amare perdere tempo in lunghe discussioni sugli argomenti più vari, spaziando dal futile al senso della vita, alleggerendo la portata tragica dei loro delitti.   
Gli attentati, le esecuzioni e le esplosioni non mancano, ma sono girati senza enfasi, in modo quasi anonimo, e le tappe della ben poco ambiziosa carriera di Frank Sheeran somigliano più agli scatti di anzianità della vita di un geometra che alla parabola del delinquente rapace che finisce in rovina dopo aver assaggiato il successo. 
Una catena di montaggio del crimine che segue le sue regole e va come deve andare, trascinando con sé un`intera nazione con tutto quello che ne consegue. 
L’appiattimento delle vite arrembanti di quei bravi ragazzi a livello di routine, ridimensiona la loro grandeur in una normalità che dà l’impressione che i grandi eventi li coinvolgano quasi per caso, il che, unito alla tecnica di ringiovanimento digitale, fa pensare spesso a una specie di Forrest Gump della malavita.
A questo proposito, si è parlato molto della scelta di ringiovanire digitalmente gli attori per poterli spendere in un arco di quasi cinquant’anni. A giudicare dalla resa finale, lo si potrebbe considerare un azzardo riuscito a metà. L’effetto non è sempre piacevole, né convincente, soprattutto quando il “giovane” De Niro si impegna in energiche scazzottate muovendosi piuttosto legnosamente con tutto il peso e la ruggine dei suoi settantasei anni.
A conti fatti però, ricorrere ad altri attori per interpretare gli stessi personaggi in epoche diverse, avrebbe compromesso quella continuità che Scorsese stressa, sfilaccia, e maltratta, ma che vuole fortissimamente per alimentare il senso di nostalgia che tiene insieme tutto il film.
The Irishman è soprattutto un film sull’appartenenza, sulla famiglia, e sul tempo che passa, e non sarebbe mai potuto essere la stessa cosa senza la famiglia artistica del regista. De Niro, Pesci e Pacino rispondono presente alla chiamata, e sebbene sia l’ultimo a farsi preferire, forte del maggiore agio che il suo personaggio gli consente, tutti e tre regalano prove altissime, tra deliziosi scambi di battute in italiano e abbracci e sguardi carichi di significati che strabordano dalla sceneggiatura e che guardano a tutto quello che i quattro hanno fatto per il mondo del Cinema.
Uno sguardo che inevitabilmente è rivolto all’indietro, al passato, alla nostalgia per quello che non c’è più. Frank Sheeran viene da subito presentato come un sopravvissuto, un reduce di guerra, l’ultimo di una cultura e di una generazione che si è estinta, e che si ritrovava nei riti religiosi, come i matrimoni e battesimi, ripresi più volte e sottolineati da ralenti che indugiano sui momenti in cui si formano le esperienze e i ricordi.
Affiora dunque un sentimento malinconico che in molti potrebbero trovare respingente e un po’ senile. Difficile dargli del tutto torto; secondo i canoni con cui si valuta oggi qualsiasi rappresentazione i personaggi femminili sono poco più che comparse e le minoranze servono solo per sottolineare come le cose siano cambiate dagli anni ruggenti.
C’è ovviamente una vena di vecchiezza che scorre: la si intravede sulle facce truccate degli attori, viene tradita dalla prolissità di certe sequenze che, proprio come fanno i vecchi, ripetono concetti già espressi, e si manifesta apertamente nel finale in cui con una variazione della fotografia si spoglia la patina dei bei tempi andati e Frank viene mostrato interrogarsi sulla reale importanza delle sue azioni, circondato da giovani infermieri e assistenti solerti ma poco interessati ai suoi racconti.
È forse questo il limite che non permette al film di risultare universale, ma Scorsese non se ne cura, anzi, si rivolge in via privilegiata alla sua comunità per raccontare una storia estremamente personale, che porta la sua firma in ogni inquadratura e in ogni dialogo.
Come da tradizione, usa alla grande le carrellate, i ralenti e un montaggio infallibile, ma lo fa senza ostentare, e mettendosi sempre al servizio della storia, segnando una gran distanza da certi stili muscolari sempre alla ricerca dell’effetto speciale, e sebbene possa non entusiasmare chiunque, dentro The Irishman  tra la regia, gli attori e i dialoghi impeccabili, c’è tanta di quella classe, affiatamento e attenzione, che diventa praticamente impossibile non apprezzarlo.

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