Burning – L’amore brucia

29 Settembre 2019
Regia: Chang-dong Lee
Produzione: Corea del Sud, 2018 – 148’

Quando la giovane Hae-mi sbuccia un mandarino invisibile davanti agli occhi rapiti di Jong-Soo, lui si sta già innamorando.
Si sono incontrati per caso pochi giorni prima. Lei si ricordava di lui perché da bambini erano vicini di casa.
Lui assolutamente no, forse perché lei ha fatto una plastica facciale.
Hae-mi porta le dita alle labbra, le sue guance si gonfiano e si asciugano fingendo un succo che non c’è.
Il segreto per una buona pantomima, gli dice, non è immaginarsi il frutto che manca, ma dimenticarsi della sua assenza.
La tensione verso qualcosa che non c’è è il tema del malinconico racconto che prende vita dalle pagine di Murakami Haruki.
I protagonisti sono tre giovani di Seul: i già citati Jong-Soo e Hae-mi, che cominciano una relazione, e il fascinoso Ben, che si propone come terzo incomodo forte della sua aura misteriosa e di disponibilità economiche degne del Grande Gatsby.
Quello che sembra un romanzo sentimentale però, si rivela un film fiume di due ore e mezza che scorre piano, dilatando i suoi tempi attorno a due sequenze fondamentali (tre, se consideriamo il finale): la prima è quella già accennata della pantomima, dove viene proposta una chiave di lettura importante, la seconda è quella centrale, una danza mistica al tramonto, sulle note di Générique di Miles Davis, in cui la splendida Hae-mi sembra sfiorare un’armonia ancestrale coi leggendari “grandi affamati” africani, inquieti protagonisti di antichi miti tribali.
Una scena meravigliosa, magnifica e sublime, che da sola vale il biglietto.
Da quel punto il film pian piano cambia forma, e si addentra nella psiche di Jong-Soo avvicinandosi al thriller e collegando una serie di elementi ambigui che tutti insieme concorrono sotto traccia a un senso di precarietà e frustrazione destinato a manifestarsi e consumarsi nel finale.
È un bell’enigma, Burning, perché nonostante gli eventi seguano un’apparente coerenza, a conti fatti ci si rende conto che qualcosa non torna.
Per tutto il tempo Jong-Soo rincorre cose la cui esistenza è dubbia o quantomeno incerta.
Aspetta un amore che c’è e non c’è. Accudisce un gatto che c’è e non c’è. Assiste al processo di un padre che c’è e non c’è. Cerca un pozzo che c’è e non c’è, e una serra in fiamme che c’è e non c’è. Sospetta di un crimine che c’è e non c’è. Ha in testa un romanzo che c’è e non c’è. Persino i raggi del sole ci sono e non ci sono, poiché quelli che entrano nella stanza di Hae-mi sono i riflessi della torre di Seul.
Ma Burning non è uno di quei film-indovinello, che sfidano a capire cosa sia vero e cosa no, si tratta piuttosto di fare i conti con un sentimento di evanescenza, qualcosa di intangibile di cui si avverte insieme la presenza e l’assenza.
Mentre ipnotizza lo spettatore con ritmi lenti e immagini raffinate, Chang-dong Lee si sofferma sugli aspetti contraddittori della società coreana, spostando l’azione dagli interni claustrofobici e affollati frequentati dai due innamorati, a quelli eleganti e soffusi abitati dall’imperscrutabile Ben; dai quartieri upper-side, alle periferie e alla insolita campagna.
Sebbene il sottotitolo italiano “L’amore brucia” aderisca a una lettura sentimentale, non si possono infatti trascurare i sottotesti sociali che premono all’autore, il cui impegno politico è sempre stato manifesto. Gli accenni alla delicata condizione del suo paese, esposto alla pressione dei vicini del Nord dalle bizze del presidente americano Trump, riflettono l’instabilità e l’incertezza del domani vissute dal protagonista Jong-Soo, che è un precario, che non ha una vera casa perché abita in quella lasciata vuota dal padre (che preferisce la galera al debito), e che vede il suo amore insidiato da un personaggio che racchiude gli stigmi dell’ingiustizia sociale.
Come dichiarato dal titolo, l’immagine del fuoco distruttore gioca una parte importante, ma ciò che brucia allora, non sono forse i sentimenti, ma un senso di ribellione che il regista da un lato sembra aizzare, attraverso i riferimenti alla ricerca del senso profondo della vita (la parabola dei piccoli affamati e dei grandi affamati) e dall’altro temere, quando con la metafora iniziale del mandarino invisibile, ammonisce sull’angustiarsi sulle mancanze dell’anima e invita invece a vivere ignorando quelle malinconie, prima che la frustrazione porti a conseguenze estreme.
Come da aspettative, il cinema coreano propone una pellicola sinuosa, che strizza l’occhio allo spettatore occidentale con un cast gradevole e atmosfere familiari, ma che non rinuncia a un’affascinante vaghezza e che conduce a una conclusione ambigua, fuggevole, a una morale che c’è e insieme non c’è.

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