Vivere

26 Settembre 2019
Regia: Francesca Archibugi
Produzione: Italia, 2019 – 103’

In tutti gli anni che vado al cinema non mi era ancora capitato di essere contento di sentire suonare un telefono in sala. E anche di sperare che la persona rispondesse, tanto per dire quanto possa risultare preziosa l’opportunità di distrarsi dal cumulo di luoghi comuni che questo film affastella alla boia.
Ancora più indigesto perché a scrivere questa pellicola imbarazzante si sono messi in tre: Francesca Archibugi, Francesco Piccolo, Paolo Virzì. Nomi che uno dice “ah però!”, ma si vede che, se chi fa da sè fa per tre, chi fa in tre tende un po’ ad appoggiarsi e un po’ ad abbozzare per il quieto vivere. (scusate)
Senza farsi prendere dal livore, fate un po’ voi se si può non perdere la pazienza davanti a una storia che propone con disarmante sufficienza una visione così piccola e meschina dei rapporti e delle relazioni.
Susi (la Ramazzotti) è la solita giovane madre martire, ragazza un po’ grezza, succube di Luca (il figlio di Giancarlo  Giannini), un uomo ombroso che lavora in casa cercando di vendere spregiudicati post su internet.
Insieme hanno una figlia, piccola e malata, emblema del quadrato della vulnerabilità, l’elemento patetico davanti al quale ogni egoismo dovrebbe arretrare ma che invece non ferma la pochezza del padre, che infatti è il classico maschio che non cresce, non collabora, non si prende responsabilità, mente alla compagna e la tradisce nascondendosi dietro alla depressione.
Per dare una mano a Susi, che ha sempre il fiatone perché corre da tutte le parti tra la figlia e il lavoro in palestra, ospitano in casa una ragazza alla pari, che si chiama Mary Ann, e che a quanto pare è l’unica irlandese che non regge l’alcool.
Già così saremmo a livello, ma non basta.
Luca ha anche un altro figlio, un pariolino che tira la bamba nei bagni del bowling, avuto da un precedente matrimonio con l’insopportabile figlia (la figlia del figlio di Gino Cervi) di un rispettabile e potente avvocato (Montesano, proprio lui) immanicato con politici e altri loschi segreti.
Tutto questo ramo super ricco della famiglia serve solo ad affiancare al ritratto vittimistico e moraleggiante della coppia di precari, una tirata altrettanto dozzinale e sciovinista sulla borghesia benpensante.
Come se ancora non bastasse, c’è anche il Luminare (Massimo Ghini) che ha in cura la figlia di Susi, e che con la sua corte garbatissima le fa un po’ perdere la testa.
Ah, aspettate, siccome al peggio non c’è fine, sulla barca è stato tirato a bordo (spero per lui sotto ricatto), il buon Marcello Fonte (l’eroe di Dogman!) nella parte del vicino un po’ maniaco, allevatore di criceti su ruota e giocatore di modellini di treni (due indizi che bastano e avanzano per rinchiudere chiunque), la cui figura viscida e impalpabile diventa il pretesto per la miserevole morale della scontatissima battuta finale.
Momenti di massimo ridicolo si toccano negli episodi sboroneggianti del dottorone di Ghini e nella sgarbatezza burina dell’operatrice della clinica dove fanno gli aborti.
Di latte e di ginocchia, insomma, per un film che in ogni sequenza replica in scala ogni sua ottusità e miopia, sprecando attori veri, come Ramazzotti e Fonte, con dialoghi pietosi che sottendono una visione della vita dove gli uomini sono tutti dei pezzi di merda e le donne delle poverine che si fanno carico di elargire amore e attenzioni a fondo perduto.
Un bel modo per banalizzare questioni un attimo più complesse.
Poveretti.

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