American Animals

6 Giugno 2019
Regia: Bart Layton
Produzione: USA, 2018 – 116’

Apprezzato e premiato al Sundance Film Festival, arriva anche da noi questo heist movie un po’ sui generis.
Spettatori in Sala B dell’Odeon di Bologna alla prima sera di proiezioni: 9 paganti, più uno che è entrato a un certo punto facendo finta di aver perso qualcosa.
Sarà anche che dopo un mese di pioggia si comincia a stare bene fuori, con tavolini da tutte le parti e l’aria calda che accorcia i vestiti e fa meno resistenza alla chiacchiera, ma forse in questa risposta apatica del pubblico c’è anche la giusta misura per un film che apparecchia come per una festa ma poi di ciccia ne lascia poca.
La prima sequenza è spesso un manifesto condensato di quello che il regista si propone, così la panoramica di paesaggi urbani ripresi sottosopra nell’incipit predispone a qualcosa di strano, e consiglia di esaminare ciò che è abituale da una prospettiva insolita.
Gli animali americani, evocati nei bei titoli di testa, sono i giovani come Spencer, Warren, Eric e Chas, ragazzi bianchi, sui vent’anni, bellocci, che vivono coi genitori e fanno l’università, che magari hanno pure un lavoretto per mantenersi, o che comunque non sembrano avere dei gran problemi di soldi. Eppure fan fatica a rigare dritto, sono sempre un po’ braccati dall’ansia di prestazione, soprattutto vivono nell’attesa di distinguersi dalla massa attraverso un qualche gesto grandioso, un’azione clamorosa che finalmente li certifichi come speciali, realizzati, adulti. Infatti, siccome loro “a un dio fatti il culo non credono mai”, si mettono in testa di rapinare la biblioteca per sottrarre e rivendere alcuni libri preziosissimi. Però primo non san come fare, e secondo non sono cattivi e non vogliono fare male a nessuno, perciò devono innanzitutto imparare, e poi pensare a un piano che risulti efficace e efficiente. Ne pensano uno piuttosto articolato e anche buffo, al quale si farebbe fatica a credere se non fosse che tutto quello che succede nel film è già successo per davvero tra la fine del 2003 e il Natale del 2004, e a confermarlo sono proprio i veri protagonisti e le vere vittime dell’impresa.
Il regista Bart Layton è anche lui giovane e ambizioso e ha escogitato un modo senza dubbio brillante per raccontare la sua versione di Delitto e Castigo ambientata a Lexington, Kentucky.
Servendosi di quel sentiero aperto da I, Tonya e anche da quel film inguardabile di Clint Eastwood sull’attentato nel treno, inserisce i veri testimoni nella messa in scena, e li usa sia per commentare i fatti come in un documentario, sia facendoli interagire con gli attori che li impersonano, per mischiare le carte e confondere lo spettatore, provocandolo più volte a mettere in discussione i concetti di vero e falso, e spingendolo verso l’orlo di una relatività percettiva più che morale.
Da una parte il film di Layton gioca coi generi cinematografici cavalcandone gli aspetti più spettacolari, usando i cliché, le musiche, le citazioni, i movimenti di camera acrobatici, le fughe in auto in mezzo al traffico, tutto quello che ci si aspetta da una crime story, dall’altra, grazie alle incursioni di persone “reali” si ancora a quell’idea di verità che viene resa avvincente e venduta dal mega baraccone dell’intrattenimento.
È un concetto interessante, degno di essere affrontato e sviluppato, soprattutto in tempi di fake e di creduloni, ma il bisogno di togliere punti di riferimento porta il film a scappare in avanti, saltando di genere in genere, abbandonando l’heist per la storia di formazione ad esempio, come nella parentesi newyorkese dei due compari, che riprende il tema quasi antropologico della crescita e dell’evoluzione accennato fin da subito dalla presenza di Darwin così come dai riti d’iniziazione delle confraternite universitarie e dai piccoli vandalismi, esempi di come il giovane uomo per essere accettato sia costretto a perdere l’innocenza, sporcandosi con gesti illeciti che lo vincolino alla comunità.
Bisogna riconoscere a Layton il merito di aver letto nella vicenda spigolature appuntite da cui lanciarsi in riflessioni e speculazioni, e di aver scritto e girato in modo da toccarle tutte.
Forse però si è lasciato ingolosire da tanta abbondanza senza decidere bene davanti a quale piatto sedersi, o forse non è riuscito a essere abbastanza famelico, fatto sta che a forza di fughe in avanti, il film si allontana troppo dallo spettatore, che non trovando più tanti motivi per inseguire, si lascia seminare, perché quando le cose prendono una certa piega, lo spunto intrigante si perde e a poco serve l’effetto di una suspense tutta giocata sul significato della parola “neutralizzare”.
Dal momento della rapina, si spengono tutte le luci che hanno tenuto acceso il divertimento, e anche se succedono ancora un sacco di cose, la coda del film presenta una serie di situazioni che si fanno via via più introspettive, avvicinandosi a qualcosa che somiglia tanto a una morale, e finendo per gettare l’ancora in rade già esplorate, tradendo forse la tesi iniziale. Resta comunque il beneficio del dubbio, perché in fondo, a guardarci bene, l’epilogo per i quattro ex aspiranti criminali rivela il conseguimento di una qualche opportunità, nella grande tradizione del sogno americano.  

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