Il Traditore

il

29 Maggio 2019
Regia: Marco Bellocchio
Produzione: Italia, 2019 – 148’

Marco Bellocchio è un regista importante, con una profonda visione analitica della società e delle contraddizioni italiane in particolare. Delle volte può scegliere di essere fedele alla cronaca, altre volte la realtà la lascia lì e si appoggia a speculazioni più fantasiose per sollevare un dibattito. 
In questa sua ultima firma occupa la maggior parte dello spazio e del tempo con la messa in scena di cose (eventi, iconografie, dichiarazioni) già viste, limitando gli slanci personali alle scene oniriche e agli interstizi che scandiscono episodi della vita di Tommaso Buscetta, attraverso cui descrive il rapporto dell’Italia con la Mafia.
In termini di durata e di peso, il cuore del film è il confronto nell’aula bunker di Palermo tra il grande pentito e l’ex amico fraterno Pippo Calò, chiamato in causa dalle rivelazioni sulla struttura di Cosa Nostra rilasciate al giudice Giovanni Falcone in una collaborazione che scoperchia un potere talmente occulto e terrificante da sfuggire fino a quegli anni alla luce della coscienza collettiva.
“La Mafia non esiste”, si diceva fino al Maxi Processo. Sebbene tutto fosse sotto gli occhi di tutti.
Bellocchio fa partire il suo racconto dal 1980, nel pieno della Mattanza, la guerra tra le emergenti famiglie dei corleonesi di Riina e Liggio e quelle storiche palermitane di Bontate e Badalamenti.
Buscetta è affiliato ai secondi, annusa l’aria e scappa dalla Sicilia per rifarsi una vita in Brasile, dove già da anni si è assicurato un riparo di sicurezza e di lusso. Crede che basti abbandonare il campo per salvarsi la vita, ma Riina è troppo feroce, la Mattanza si abbatte su Palermo e su chi resta, innescando un abisso di vendetta che obbliga chiunque a schierarsi e a prenderne parte. 
In quegli anni i telegiornali sono pieni di morti ammazzati, è normale all’ora di pranzo vedere cadaveri pieni di sangue dentro fiat crivellate.
Eppure ”la Mafia non esiste”.
Nel 1983 Buscetta viene arrestato in Brasile per narcotraffico, viene interrogato, minacciato e torturato, ma la sua omertà a prova di bomba non si piega mai, lo sottolineano sequenze particolarmente drammatiche e violente, così quando in seguito all’estradizione richiesta dall’Italia accetta di parlare coi giudici, si può immaginare che non lo faccia per paura o per giustizia, ma per vendetta.
Il contributo fondamentale di Buscetta alle indagini e allo svelamento della struttura e delle regole di Cosa Nostra è scandaloso. La sua figura si copre di infamia, i parenti continuano a morire a causa sua, l’espressione “terra bruciata” diventa un’estensione del suo cognome. 
Ormai tutti lo sanno: “La Mafia non esiste”. 
Al Maxi Processo del 1986, in un’aula bunker progettata e costruita apposta, in una Palermo militarizzata come Beirut, con tutte le tv del mondo in collegamento, tutti gli interventi vengono registrati e trasmessi, praticamente ogni istante di quel procedimento epico è di dominio pubblico. 
Da allora tutte le sceneggiate, le minacce, le follie, i dibattimenti, i rigurgiti volgari degli imputati, sono stati già raccontati e ripresi più volte in tanti film e in tanti programmi di inchiesta o storici, ma comunque Bellocchio sceglie di rifilmare tutto daccapo, di mostrare di nuovo i momenti salienti, impossessandosi del tempo e dell’attenzione dello spettatore, costringendolo a rivedere quello che ha già visto e che quindi dovrebbe già sapere.
Da quel momento il suo film cambia leggermente registro, per la sequenza dell’attentato a Falcone sceglie una soggettiva tragica e intensissima, che stride violentemente coi festeggiamenti osceni degli “uomini d’onore”, ritratti quasi perfidamente in una meschinità nuda che gli appartiene e che però esce dalle loro tane e sembra espandersi agli affiliati, ai simpatizzanti, decisa a sporcare chiunque esiti a prendere le distanze dal mondo criminale. 
Le immagini di repertorio, precedentemente utilizzate solo per il ritorno di Buscetta dal Brasile, assumono ora il ruolo di coscienza collettiva, sottolineando quello che non può più essere negato o taciuto, in particolare quelle girate ai funerali dopo la strage di Capaci, che il regista immagina in loop a scandire le ore nelle celle dei condannati al 41bis.
L’accusa di Bellocchio è forte, i suoi mafiosi fanno schifo, sono persone volgari, bestie assassine ignoranti, sporche e vigliacche, che non hanno nulla dell’ethos tragico o dei fantomatici codici d’onore con cui amano incartarsi e farsi incartare. Un giudizio fermo che vale per tutti a cominciare dal suo protagonista: Buscetta è l’uomo chiave sia della cronaca che del racconto filmico, senza di lui non sarebbero arrivati i processi e ovviamente non esisterebbe nemmeno il film. Ciononostante il regista lo indaga a fondo e non gli perdona niente, lo tratteggia subito come un personaggio contraddittorio e ambiguo, illuso di godersi una precoce pensione in un paradiso terrestre mentre i suoi cari vengono trucidati, sembra poi assecondarlo quando, spinto da motivazioni più personali che etiche, si impegna a sabotare il progetto dell’acerrimo nemico Riina, ma in ultima istanza lo condanna senza appello, spogliandolo sia della credibilità sia di quell’aura di superiorità morale che a lungo ha provato ad attribuirsi. 
Si è dato giustamente molto risalto alla prova di Pierfrancesco Favino, indubbiamente bravo a restituire al ruolo principale un carattere veemente costretto a trattenersi per tutta la vita, consumato dal desiderio di vendetta ma consapevole che ogni mossa sbagliata potrebbe significare la propria morte e che ogni mossa giusta potrebbe determinare quella di un suo caro. 
Confinato nei margini dell’allerta costante in cui vive il più famoso pentito del mondo, Favino rosicchia l’osso alla ricerca della polpa, lavorando sul rigore dei gesti come sulle diverse intonazioni della voce, e dedicandosi con attenzione alle sfumature e agli sguardi, a volte ansiosi, altre sfuggenti, rivelatori di una psiche molto meno stabile di quanto i bei vestiti e i completi blu facciano immaginare.
Senza nulla togliere all’impegno e al risultato dell’attore romano, occorre riconoscere che, praticamente nelle stesse condizioni, Luigi Lo Cascio nella parte di Totò Contorno lo stacca di una misura buona, in virtù di un talento naturale e di una carica umana ineguagliabile.
Il resto del cast, spiace dirlo, convince molto meno, forse più per l’assortimento che per le singole prove, e contribuisce all’impressione di “vorrei ma non posso” che indebolisce una pellicola retta da una vena politica forte e dalla potente rabbia civile del suo autore, ma che soffre a causa di alcuni elementi discordanti. Sia la regia che la produzione infatti, non riescono a reggere lo sforzo necessario per mantenere l’omogeneità del progetto dall’inizio alla fine; nella prima mezz’ora, ad esempio, Bellocchio, sembra accettare la lezione di Sorrentino, allestendo una cerimonia che mischia la liturgia dei riti sacri ai rituali tribali di affiliazione, accostandosi al grottesco nella presentazione dei personaggi e scandendo gli omicidi con sovrimpressioni che però restano poco chiare. Uno stile che dopo un po’ viene abbandonato per quello più freddo usato durante le scene del maxi processo, e che cambia ancora avvicinandosi al finale, in cui nel tribunale dove si discutono le oscure aderenze di Giulio Andreotti sembra spegnersi l’ardore di una lotta alla mafia ormai “passata di moda”.
Altre differenze che saltano all’occhio vengono dalla fotografia altalenante. La qualità di tutte le sequenze brasiliane risulta abbondantemente sopra la media, la luce magica che avvolge gli interni e gli esterni, insieme a un corredo audio adeguato, immerge i personaggi in un’atmosfera da eden fuori dal tempo e dai guai. In quasi tutti i notturni invece, ad esempio nel sogno del funerale ma anche e soprattutto nella scena che chiude il film, si avverte un crollo drastico che genera immagini anonime e piatte che ci si aspetterebbe in uno spot televisivo più che, per dire, sullo schermo di Cannes.
Difficile dunque difendere le rivendicazioni di chi avrebbe voluto vedere questo film premiato oltre i suoi meriti, che per tutto quanto già detto comunque ci sono, ma che non sono contenuti in una confezione all’altezza di una dimensione internazionale. 

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