dolor y gloria

18 Maggio 2019
Regia: Pedro Almodovar
Produzione: Spagna, 2019 – 113’

Nel genere “otto e mezzo” va in scena un regista cinematografico che ha passato i cinquanta, e che sta attraversando una crisi di creatività che lo blocca artisticamente e emotivamente. 
Per vincere la depressione sembra essere buona prassi fermarsi per davvero, e guardarsi dentro e indietro, riesaminando i momenti della vita che possano dirsi cruciali: di solito l’infanzia, in cui l’inconsapevole futuro artista subisce le pieghe decise dal destino, poi gli amori più importanti, gli errori più forti, e poi eventualmente qualche successo. 
Nel genere “otto e mezzo” il regista in questione ama farsi rappresentare da un attore più giovane e più bello, preferibilmente qualcuno con il quale abbia già lavorato, magari proprio in alcuni degli eventuali successi di cui si diceva.  
Questo almeno è quello che ha fatto Federico Fellini, che il genere l’ha inventato, con un film che si chiama infatti “8½” (che pensa te, delle volte il caso, che se ci prendevi la mira…), e questo è quello che hanno fatto tanti altri dopo di lui, buon ultimo Pedro Almodovar con Dolor y Gloria. 
Al di là dell’hypersimpatia di queste prime righe, di solito non amo sottolineare questo tipo di affinità e citazioni, in primo luogo perché personalmente posso coglierne alcune ma perderne tante altre, poi perché un regista come si deve certi rimandi sa sottolinearli da solo, e sa nasconderli se li vuole nascondere. 
Però qui Almodovar cita continuamente 8½  e Fellini, perciò mi vien da dire che sia lui per primo a voler giocare a questo gioco.  Ovviamente lo fa secondo le sue regole, poiché di registi personali come Pedro Almodovar ce ne sono pochi, e in questa partita non mancano gli stigmi del suo stile inconfondibile: un uso perfetto e travolgente del colore e storie di famiglie non conformi e di amori omosex. 
Come un prisma che fraziona la luce bianca nelle sue componenti base, la lente che l’autore sceglie scompone la sua coscienza in tre identità: un bambino praticamente orfano di padre, cresciuto dalla madre e dalle sue comari, un regista vicino ai sessanta pieno di malanni, triste e impigrito come un divano sfondato, e un attore di poco più giovane che da anni balla il tango con l’eroina. 
L’intreccio vede il regista Salvador Mallo (Antonio Banderas) bloccato dalla depressione, e spinto dal restauro e ritorno in sala di un suo vecchio film, a riallacciare i contatti con l’attore Alberto Crespo, protagonista di quel successo di trent’anni prima. I due non si parlano da allora, per una ruggine che verrà spiegata poi. La conflittualità del loro rapporto sembra aggravare il disagio di Salvador che si rifugia nell’oblio dell’eroina con una scelta tardiva, sintomo del desiderio di estraniarsi dai dolori del corpo e della mente, gustosamente inventariati in una vivacissima sequenza di radiografie tac e.c.g. e r.m.n. Il dolce e narcotico naufragar porta il regista a ricordare gli anni dell’infanzia, trascorsi in una specie di casa-grotta insieme all’adorata madre (Penelope Cruz ti vogliamo sempre un gran bene) in condizioni di povertà tali da costringerli a rivolgersi ai preti del seminario cattolico pur di avere un’istruzione. Il ragazzino è comunque precoce per i fatti suoi, e addirittura scambia lezioni di lettura e scrittura con un giovane e sensuale imbianchino analfabeta che aiuta la famiglia in sostituzione di un padre assente. Il passato e il presente si alternano come le onde sulla battigia, a scandire le tappe di una confessione che nel film si materializza ne “La Dipendenza”, la bozza di un racconto che Salvador nasconde(?) nel desktop, pronto per essere trovato da chiunque voglia leggerlo. Proprio questo racconto, che parla dell’amore per il cinema e di eroina e di un grande amore perduto, è il ponte che può riunire Salvador con Alberto, ovvero il regista maturo e svuotato con la personificazione dei suoi rimpianti e della sua dipendenza dalla droga. 
Il film vive per lo più di dialoghi intensi e di introspezione, e si fregia di tanti momenti di attenzione ai dettagli e di premure che insieme contribuiscono al senso di calore e familiarità, caratteri indispensabili nella ricerca della sincerità con cui Almodovar si apre allo spettatore in un atto intimo in cui chiede di essere ascoltato e compreso. 
Il regista scioglie le difese e apre al pubblico le porte del suo appartamento, lussuoso e malinconico, finemente arredato e in cui regna il “rosso Almodovar”, che fa da contralto alla grotta dell’infanzia, un nido bianco, spoglio e irregolare, altra similitudine per l’inconscio (come la piscina in cui è immerso Salvador all’inizio), che può forse ricordare alla lontana la casa colonica della famosa scena dell’harem proprio di 8½. 
E si torna sempre lì, al Cinema, alla passione fondamenta e cornice di pensieri parole opere e omissioni dell’idea che Almodovar vuole dare di sé, al desiderio di palco e platea che manifesta l’alter ego Alberto Crespo con quella seggiola così vicina alla prima fila del suo teatro off. 
È sincero Almodovar? e chi lo sa? 
È autoindulgente? non lo siamo tutti? 
Ce ne frega davvero? non dovrebbe. 
Ci dovrebbe bastare sapere che Almodovar è un grande perché fa dei film bellissimi e non si risparmia mai, perché nonostante sia saldamente persuaso dell’amarezza di certi momenti della vita, sa lasciarci ogni volta con l’illusione che gli affetti veri esistano davvero. 

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