Cafarnao – Caos e Miracoli

Regia: Nadine Labaki
Produzione: Libano, USA, 2018 – 120′

Cafarnao è il piccolo caso di queste settimane, la stampa di settore lo spinge sull’onda del Gran Premio della Giuria conquistato al Festival di Cannes, nel tentativo di attirare in sala quel pubblico curioso, interessato ai fatti del Medio Oriente e che ancora non si è stancato di approfondire le conseguenze che le guerre hanno sulla popolazione, in particolare sugli elementi più deboli e indifesi come i bambini e i profughi.
Al di là della diffidenza verso una copertura mediatica ad hoc, è bene dire subito che di motivi per farsi apprezzare questo film ne offre tanti, sia sul piano dei contenuti che su quello formale. 
La prima inquadratura, che sembra citare il famoso bambino di Aleppo spogliato dai bombardamenti, chiarisce infatti che qui non si scherza, mentre la seconda, dove gli occhi lucidi di una madre angosciata accendono una fila di donne in penombra, promette di fare davvero male.
Con questo uno-due micidiale la regista Nadine Labaki (che qualcuno ricorda con affetto dai tempi di Caramel del 2006) si garantisce l’attenzione dello spettatore per le successive due ore, e partendo da una prospettiva a volo d’uccello plana dentro i vicoli di Beirut andando a stanare le vite che la affollano brulicanti.
In quel budello di cemento e rottami si arrangia come tanti un ragazzino dall’età incerta ma dalla rabbia già consumata che si chiama Zain. Lo conosciamo in tribunale; è stato arrestato e processato per aver accoltellato un ragazzo, ma in questo caso non è lui l’imputato. Tutt’altro. Seguendo un impulso ribelle tipico della pubertà, è lui a denunciare i suoi genitori per averlo trascurato dopo averlo messo al mondo. L’esposizione dei fatti offre lo spunto per il flashback che racconta la storia di Zain, che a sua volta incrocia quella di Rahil, una giovane profuga Somala che lavora in un parco divertimenti, conservando la paga per comprarsi i documenti con cui uscire dalla clandestinità. A complicare tutto, Rahil ha un figlio piccolo che nasconde per sottrarlo all’affido coatto della legge e alla lucrosa tratta degli infanti.
Cafarnao significa luogo pieno di confusione, massa confusa di cose o di persone.
Questo caos terribile viene fuori molto bene nel film di Nadine Labaki, che ritrae i suoi protagonisti in un traffico di ingombri, di case anguste allagate di piscio, di strade oppresse da clacson e motori che coprono ogni voce, abbandonando i grandi e i piccoli a un disordine che non li lascia in pace, costringendoli a litigarsi le giornate coi cani e le altre cose vive. Persi in affollati suk, sepolti in Luna Park ovviamente felliniani, la regista cavalca l’eterna lezione del neorealismo per restituire attraverso gli occhi dei più deboli l’impressione di una vitalità come un virus infestante, in grado di conquistarsi ossigeno in uno spazio chiaramente ostile e di sopravvivere in un ambiente ad affetto zero.
L’accusa di Zain ai suoi genitori, e per esteso al mondo dei grandi, è di non essersi saputi trattenere dal popolare il mondo di figli di cui nessuno vuole essere padre, rinnegati al punto di non essere neppure registrati, privati di qualsiasi identità o istruzione.
È un richiamo alla responsabilità e all’umanità quello di Labaki, la richiesta di un’empatia che possa, se non fermare la guerra, almeno riportare alla ragione gli spiriti irosi e lividi di chi assiste con cinismo alla consunzione di una generazione nata nella diaspora, lasciata allo sbando e condannata senza una guida a ripetere gli errori di quei padri riluttanti, come infatti capita a Zain, che seppur furioso coi suoi genitori, finisce per ricalcarne in qualche modo i passi falsi.
Nonostante la durezza del tema e la fermezza del proposito, la brava regista libanese sa trattare la materia con la dolcezza necessaria per affrontare i risvolti più drammatici senza esibire il dolore. Per mitigare i toni si appoggia alle qualità di un cast che concentra tenerezza e calore: dal caparbio Zain al-Rafeea nei panni dell’omonimo protagonista, alla bella e intensa Yordanos Shiferaw in quelli di Rahil, fino ovviamente all’irresistibile paciocconeria di suo figlio Yonas, interpretato della piccola Boluwatife Treasure Bankole. Anche l’inserimento di elementi circensi, oltre a ricollegarsi a una certa tradizione d’autore, funziona per alleggerire l’atmosfera generale, modulando le disavventure dei protagonisti con situazioni e personaggi peculiari, come ad esempio lo spettacolare uomo-scarafaggio.
Fedele allo stile manifestato nel già citato Caramel, la regia di Labaki si conferma di una gentilezza premurosa e garbata, capace di raggiungere efficacemente gli spettatori senza violentarli, e di condurli a un finale emozionante e commovente. Certo, a questo proposito sarebbe stata ancora più gentile se ci avesse lasciato un mezzo minuto di buio alla fine del film, utile per asciugarci la lacrimuccia prima di accendere le luci. Ma vabbè, va bene uguale.


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