Border – creature di confine –

4 Aprile 2019
Regia: Ali Abbasi
Produzione: Svezia, Danimarca, 2018 – 108’ –

Si può cominciare col dire che Border non è bello come dicono.
È sicuramente un film interessante, che di certo si imprime nella memoria perché racconta una storia molto particolare e lo fa utilizzando scene forti, però, anche se può sembrare un paradosso, una volta in possesso del codice per decifrarla, tutto scorre dentro i binari che ci si può aspettare.
Fondamentalmente questa è la storia di Tina, che lavora alla dogana svedese, dove controllano i passeggeri dei traghetti che passano la frontiera.
Tina ha un aspetto particolare, i suoi lineamenti hanno tratti bestiali, e delle bestie ha pure alcuni sensi, tra cui un olfatto talmente sviluppato da diventare un istinto per le emozioni più forti, come la paura o la vergogna. Nel suo lavoro è una dote preziosa, che mette la polizia sulla pista di un gruppo di pedofili insospettabili, perfettamente mimetizzati nella parte più urbana e inquadrata della società.
Lei invece rifugge la città e vive in un capanno nel bosco, dove contro la solitudine ospita un ragazzo che alleva dei rottweiler, e dove può coltivare un rapporto più vicino alla natura, intesa come carezzare volpi o renne, e camminare scalza o bagnarsi nello stagno nuda nata.
Un bel giorno col traghetto arriva Vore, un uomo che sembra avere parecchio in comune con lei, hanno gli stessi tratti animaleschi, ma lui, nonostante un’indole più aggressiva e meno addomesticata, non manifesta sensibilità particolari.
Sono inevitabilmente destinati a frequentarsi, e insieme esplorano vari gradi di diversità: quelle rispetto agli altri e quelle verso loro stessi, la loro sessualità, la loro biologia e una differente visione della vita.
A questo punto, visto che il film è uscito da un paio di settimane e si presume che chi fosse interessato lo abbia già visto, mi permetto di approfondire aspetti della trama che potrebbero togliere la sorpresa a chi invece non vuole anticipazioni, perciò regolatevi se volete continuare la lettura, perché da qui cominciano gli SPOILER.
Il film avvicina molti opposti e cerca di scardinarne in ogni modo il senso per muovere lo spettatore a mettere in discussione la percezione di realtà date spesso per scontate.
Tina è senza alcun dubbio brutta, la sua presenza è sgradevole, il suo sguardo è sfuggente e i suoi atteggiamenti sono respingenti, eppure è dotata di una sensibilità che le fa distinguere le persone buone da quelle cattive.
E le persone davvero cattive, nel film, hanno aspetti raffinati, integrati e di successo.
Gli abusi commessi sui bambini, oltre a raggiungere l’ovvio climax drammatico, rappresentano metaforicamente gli errori e i crimini che la generazione corrente e le precedenti infliggono alle future, con comportamenti individualisti e sciagurati.
Tina e Vore sembrano due Orchi ma i veri Orchi sono i cittadini.
A un certo punto Tina accompagna una coppia di suoi amici a partorire, e quando arriva, le porte automatiche dell’ospedale lasciano passare la coppia ma le si chiudono in faccia, come a chiuderla fuori dal miracolo della vita.
In realtà poi Tina e Vore sono due Troll, rari superstiti della mitologica razza nordica, praticamente sterminata a partire dagli anni Settanta, dice il film, cioè dal fallimento del movimento Hippy, degli ideali di amore universale, e dalla successiva corruzione da parte di spinte edonistiche che trionferanno negli Ottanta.
Vore, che sembra un uomo, ha in realtà una vagina e partorisce regolarmente ovuli non fecondati, è quindi biologicamente una femmina. Questi ovuli che deposita hanno l’aspetto di feti morbidi e malleabili, che devono essere conservati al freddo fino a quando non vengono in qualche modo uniti a un neonato umano.
Tina è all’apparenza una donna, ma dal suo basso ventre esce un pene che può inseminare l’utero di Vore. Di fatto Tina è il maschio della sua specie, ma a differenza di Vore, è lei a portare la vita, grazie al suo atteggiamento inclusivo verso gli umani, viceversa il suo compagno, che è aggressivo e pieno di ostilità, può solo partorire figli informi che avvelenano la prole umana.
In seguito alla rivelazione di essere una vittima di un genocidio, Tina va a chiederne conto al padre (adottivo), che con la sua reticenza e la sua vergogna personifica i peccati dell’umanità nei confronti delle minoranze e l’incapacità di farsi carico delle responsabilità storiche.
In conclusione ci sono tanti spunti e tanti livelli di opposizioni, e tante occasioni di disorientamento per lo spettatore, e il senso del film va indubbiamente dalla parte dell’inclusione e dell’invito ad abbandonare i pregiudizi, però di fatto gli elementi sgradevoli permangono nella memoria e superano per intensità il ribaltamento di prospettiva a cui il film aspira, dando l’impressione che per il regista la cosa più importante sia stupire lo spettatore.
Il film affronta molte contraddizioni che esasperano e minacciano la convivenza dell’uomo moderno, e sembra suggerire la necessità di ripudiare l’umanità per quello che ha fatto finora, invitando a cercare una via diversa, più vicina alla natura (o a una sua concezione stereotipata) per adottare uno stile di vita più generoso e sostenibile.
Trecento anni dopo siamo ancora a parlare del ‘buon selvaggio’.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. MASSIMO ha detto:

    Articolo con una scrittura ineccepibile, fa venire voglia di disquisire con l’autore.

    Piace a 1 persona

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