Suspiria

il

18 Gennaio 2019

Regia: Luca Guadagnino

Produzione: Italia, USA, 2018 – 152’

Io sono uno di quelli che Suspiria gli è piaciuto, e anche uno di quelli che non l’ha capito. Ma chissenefrega.
Premesso che per non vederlo in un multisala sono andato fino a Roma, che comunque quello era un multisala lo stesso ma almeno non era un supermercato, e che la versione originale è recitata in un buffo inglese con la cadenza tedesca come i nazisti dei film di guerra. Premessa questa simulata alterità dunque, il film secondo me è comunque figo perché sebbene sepolto sotto una crosta di citazioni/riferimenti/significati, è pieno di scene visivamente molto forti che, come si dice, incidono l’immaginario costruendo sensazioni e ricordi che gli conferiscono un’identità precisa e lasciano un’impronta anche in chi, legittimamente, lo detesta.
In queste settimane da quando è uscito si possono leggere un sacco di recensioni di tutti i tipi, e il vociare attorno a questo remake è talmente discordante da stuzzicare la visione se non altro per farsi un’idea propria. Bisogna dire che per lo più prevalgono le stroncature, e anche tra chi lo ha apprezzato sembra che a volte diventi necessario giustificarsi, addentrandosi nel delirio di significati di tutti quei richiami che forse, forse, fanno più chiasso che altro.
Riflessioni sul corpo, sul femminismo, sul nazismo, sulla lotta armata, sul male e sul malissimo, i remake, i sequel, i reboot, Lacan, Guadagnino, la danza, il successo, Thom Yorke, Dario Argento, Fassbinder, le sue attrici, i muri di Berlino, i colori, il kitsch, Pina Bausch. Tutto un casino di spunti che se uno solo ci prova a starci dietro ci diventa matto, per niente poi, perché tanto inseguendone alcuni se ne perderebbero per strada degli altri, e allora tanto vale rinunciare, assorbire i particolari come elementi dello sfondo, accettarne per ora la sola funzione decorativa e lasciare che la tossina subliminale iniettata faccia il suo lavoro e ci contagi come vuole.
Il film è costruito in modo complesso, frammentato in sei capitoli, un epilogo, più finali; complessità ulteriormente enfatizzata da un montaggio clamoroso che agita lo spettatore spiazzandolo di continuo. Volendo sintetizzare, la trama si può ridurre alle vicende parallele di due personaggi che arriveranno a toccarsi.
Il primo è il Dottor Jozeph Klemperer, vecchio psicoterapeuta nella “Berlino divisa dell’autunno 1977” allarmato dall’angoscia della sua giovane paziente Patricia, ballerina in un’esclusiva scuola di danza e terrorizzata dalle sue insegnanti che crede vere e proprie streghe.
Inizialmente scettico, in seguito alla scomparsa della giovane il Dottore comincia a indagare sulla scuola, mosso anche dal senso di colpa irrisolto verso la moglie perduta sotto il nazismo. Proprio in quei giorni, proprio in quella scuola di Berlino, arriva dalla campagna americana, terra di Hamish e Mormoni, la “piccola” Susan, aspirante e motivata ballerina destinata a prendere il posto di Patricia in tutto e per tutto. Quelle dicerie sulla scuola sono infatti vere, e le streghe hanno urgenza di una vittima da sacrificare in un importante rituale ormai prossimo. La congrega si trova divisa in due fazioni: da una parte Madam Blanc, istrionica e austera insegnante di coreografie diaboliche, dall’altra la vecchia e purulenta Madre Markos, fondatrice della scuola e da sempre al suo comando; di lei si dice essere l’incarnazione della Madre dei Sospiri, una delle tre mitiche superstreghe (le altre sono la Madre delle Lacrime e quella delle Tenebre) ai vertici della mitologia satanica. A interpretare entrambe, e anche il vecchio Klemperer, è una Tilda Swinton Trismegista, lei sì capace, mentre tira una tenda camminando all’indietro, di creare un vortice di carisma e complimenti, eterea ed eterna, da sempre transgender, da sempre immortale.
Sullo sfondo di questo particolare consiglio di amministrazione scorre la drammatica cronaca del dirottamento in ottobre dell’aereo Lufthansa da parte di membri della RAF. Il gruppo terroristico in quei giorni veniva domato dal governo della Germania Ovest che ne aveva già arrestato i leader. Proprio la richiesta di liberare i carcerati fu alla base dell’estremo tentativo dei compagni superstiti realizzato con l’appoggio delle frange internazionaliste. Il dirottamento si concluse in un bagno di sangue all’aeroporto di Mogadisco e con il malizioso e sospetto suicidio dei vertici della banda Baader-Meinhof nel penitenziario tedesco di Stammheim a Stoccarda.
Difficile ignorare il parallelis…l’allegoria con il granguignolesco sabba che chiude il malefico conclave in una sanguinosa, grottesca, esageratissima resa dei conti fuori da ogni misura e graziadiddio.
Difficile ignorarlo, eppure meglio resistere alla tentazione di restare invischiati nei sottotesti per non trovarsi nella posizione di dover giustificare per forza un film che fa dei suoi eccessi il proprio canone.
Suspiria non è un film perfetto, anzi ci resta piuttosto lontano dalla perfezione; detto di Tilda Swinton, la cui bravura toglie ossigeno e luce a chiunque altro, di quella che sulla carta dovrebbe essere la protagonista tocca dire che risulta spesso fuori parte: Dakota Johnson sembra sempre più matura di quanto dovrebbe, meno spaventata prima e meno crudele poi, credibile solo quando agita il culo e inarca la sua bella schiena, l’evoluzione del suo personaggio diventa apprezzabile solo in virtù delle scelte di un regista evidentemente affascinato.
Tecnicamente sopraffino, anche se come horror non spaventa tantissimo, contiene alcune scene davvero atroci, e si regge su elementi di pregio realizzando una coerenza estetica e di senso che a un certo punto si rompe abbandonandosi a un make-up grottesco e disgustoso, forse per rimarcare la distanza dalla realtà e una dimensione allegorica che però non chiarisce mai, anzi confonde al massimo con una pioggia di dettagli che ricopre una storia truce e buia. Lo sceneggiatore David Kajganich e il direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom si danno man forte alternando cronaca asfissiante e colori sbiavdi che prendono vivacità solo nell’esaltante danza incantesimo, vero fulcro di tutte le tensioni costruite, ancora più che nel rigurgitante finale o nello sfilacciato epilogo.
Al di là dei mascheramenti, i concetti che tornano più forti sono quelli della divisione di qualcosa che deve essere ricomposto (di Berlino, della congrega di streghe, del Dottore e la moglie), di un mondo femminile protagonista assoluto sia nelle sofferenze sia nel ripristinare una qualche armonia (l’unico personaggio maschile di rilievo è in realtà ancora la Swinton), del senso di colpa di chi non ha saputo opporsi all’orrore manifesto (sempre il Dottore che fallisce nei confronti della moglie e di Patricia).
Guadagnino alza un gran polverone che lascia molte più domande di quante risposte possa offrire, e questo può disturbare chi si aspetta di uscire dal cinema certo di aver ricostruito tutto e rimesso i pezzi al posto giusto.
Eppure anche con tutti i suoi difetti, anche questo Suspiria sarà ricordato e a sua volta citato.
Peccato solo che manchi il tipo cieco mangiato dal cane di pezza.

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