Van Gogh – sulla soglia dell’eternità

il

Regia: Julian Schnabel
Produzione: USA, 2018 – 110’

Per la fortunata serie “un altro film su Van Gogh”, finalmente nelle sale un altro film su Van Gogh.
Nonostante la pagina Wikipedia ne elenchi già trenta, e nonostante questo ultimo abbia così tanti punti in comune col recente “Loving Vincent” da poterne essere considerato il gemello, quello che lo caratterizza è la forte impronta d’autore che lo rende così potente e anche così davvero bello.
Generalmente i biopic sono sempre un po’ una rottura di coglioni, più che altro perché indipendentemente dal soggetto tendono tutti a seguire più o meno la stessa parabola; per renderli più personali ci si può concentrare su un determinato evento, un periodo ristretto, oppure ci si può prendere delle libertà rispetto alla cronaca ufficiale.
In questo caso, entrambe le cose.
Tra tutto quello che fa, principalmente dipinti, Julian Schnabel non fa molti film: dal 1996 a oggi questo è il sesto. In tutti, attraverso la biografia di artisti più o meno celebri, indaga il processo agitato che dal mondo interiore porta alla creazione di un’opera d’arte, espressione pubblica di ribollimenti privati. La figura di Van Gogh calza dunque come un guanto alla poetica dell’esplosivo pittore-regista, che infatti riconosce di non aver ricostruito un profilo ufficiale, ma di essersi piuttosto infilato nei non-detti sul Genio Olandese, lavorando sugli spazi negativi per restituirne una versione liberamente interpretata dalla propria sensibilità.
Incontriamo Van Gogh nel 1888 alla vigilia del suo trasferimento in Provenza, dove si sposta in cerca di una nuova luce su suggerimento del suo nuovo miglior amico, il sempre viscido Paul Gauguin. Ad Arles, Vincent si sistema nella stanza della casa gialla, conosce il postino Joseph Roulin, e altre compagnie che ritrae tra la diffidenza generale. Soprattutto esplora e si fonde nelle campagne dei dintorni, bramando una comunione con lo splendore della Natura che sente maestoso dentro sé ma che non riesce a esprimere come vorrebbe. La camera da presa sembra essere montata su deboli molle che la scuotono furiosamente tra angolazioni insolite e prospettive assurde, in una vertigine che rende estremamente fisico il senso di traversata impossibile che attende il pittore. In questa tempesta accecante e violenta, Schnabel si batte per raggiungere quel fuoco mistico che brucia infinito e in cui qualunque artista anela buttarsi.
I(n)spirazione e Creazione, un mantice che alimenta il rogo che consuma tutto l’ossigeno riservato a un’esistenza tranquilla, urbana, integrata. Esporsi all’incendio può portare all’illuminazione, oppure alla follia, trovandosi soli, troppo vicini al nucleo incandescente per potersi sottrarre. È quello che succede a Van Gogh quando realizza di aver perso l’amato Gauguin; sentendosi tradito e abbandonato, col sospetto di non aver mai davvero avuto l’affetto dell’amico, compie su di sé la disperata mutilazione dell’orecchio. Ormai il suo disturbo è fuori controllo, e non bastano la protezione e l’amore del fratello Theo, che si spende in tutti i modi per promuoverlo; quando quell’arte strana e fortissima comincia a far breccia nel pubblico, Vincent è ormai troppo lontano, ricoverato nel sanatorio di Saint-Rémy, sconfitto da ripetute scivolate nel delirio che il pianoforte di Tatiana Lisovkaia sfoglia tristemente.
Assecondando le più recenti indagini che tendono a scartare il suicidio, il regista imputa la morte di Van Gogh a un incidente che la troppa sofferenza suggerisce comunque inevitabile. In questo abisso Willem Dafoe è mirabile per l’intensità che infonde all’irrequietudine del protagonista, e comanda tra l’altro un cast di prestigio sempre all’altezza della prova, un gruppo eterogeneo di attori, anche di diverse nazionalità, convinto ad amalgamarsi al servizio di uno spirito comune.
Schnabel firma il film di un pittore appassionato che ragiona sull’arte, sulla mortalità e sugli sforzi e i sacrifici necessari a vincerla, che riesce ad arrivare a tutti, o almeno a chiunque sia almeno un po’ empatico, dosando il gusto del dettaglio tipico dei grandi documentari artistici con soluzioni autoriali espressive. I colori di Van Gogh respirano sulla tela e invadono lo schermo illuminandolo di un giallo sole vigoroso e nutriente, carico di promesse ultraterrene forse non ancora mature per essere colte, che infatti precipitano improvvisamente in immagini deformate e visioni appannate, simbolo di un senso indovinato ma inarrivabile, un irraggiungibile, commovente, mistero.

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