First Man

FIRST-MAN-POSTER

 

Regia: Damien Chazelle
Produzione: USA 2018, 141’

Si comincia con un ronzio e panorami inaspettati.
Su questi cardini Damien Chazelle (Whiplash, La La Land) racconta la distanza tra la Terra e la Luna dalla rotta privata di Neil Armstrong.
Dal 1961 al 1969, otto anni e 384400 Km per cercare un senso a una Vita che gli ha tolto la piccola figlia, un lutto vissuto implodendo in silenzio, quasi in segreto, con un riserbo dal quale esclude anche l’inossidabile moglie, pur condividendo con lei l’amore e l’impegno per ricominciare in una nuova città, con una nuova missione estrema e forse letale. Di nuovo in bilico, di nuovo ogni settimana una sfida con la Morte, per un sentiero sottile che sceglie a caso chi resta e chi va.
Ci sono i Russi da battere, ci sono i finanziamenti da giustificare e i politici da accontentare, ma sopra ogni cosa gli sforzi degli astronauti, degli ingegneri e delle loro famiglie sono rivolti a dominare l’incertezza più buia, a stringerla dentro un numero in una scala graduata che dia forma all’impossibile.
Per Damien Chazelle la Luna rappresenta forse la più grande delle rivincite; messo alle strette dall’angoscia, l’Uomo smaschera il mistero inarrivabile e scopre che è fatto solo di sabbia di freddo e di notte.
Al “grande balzo per l’Umanità” il film ci arriva cercando di schivare il già detto e il già visto. I momenti topici sono raccontati scegliendo la soggettiva, oppure stringendosi su primissimi piani alla ricerca di spunti inusuali, guizzi dimenticati di chi affronta l’ignoto per la prima volta, privo dell’apparato iconografico che noi – venuti dopo – abbiamo raccolto e archiviato.
A quei primi pionieri, la Luna e le stelle non appaiono nella gloria delle immagini a cui le associamo, bensì di scorcio, dietro griglie di numeri, di manopole consumate e strumentazioni ballerine.
La macchina da presa si sofferma sui dettagli tecnologici: i tubi d’acciaio dei simulatori, le cinghie che assicurano le tute negli abitacoli, le viti e le saldature alle quali vanno tutte le preghiere, sperando che tengano, che quelle soluzioni rudimentali e quei calcoli newtoniani bastino a proteggere le loro anime e a lanciarle oltre ogni traguardo conosciuto.
Questa precarietà, così inadeguata all’ambizioso traguardo, è trasmessa dall’instabilità della camera, che non cessa mai di muoversi, passando dal lieve dondolio degli interni domestici ai violenti scossoni che aggrediscono i piloti a ogni decollo.
C’è insomma una ricerca stilistica che la regia persegue, ma forse in modo non del tutto convinto. Ad esempio c’è uno strappo piuttosto evidente nel tono generale, ed è l’omaggio sentito ma un po’ forzato a Stanley Kubrick; stona in effetti l’utilizzo di un Valzer, seppur dissimulato, proprio nella scena dell’attracco tra i moduli Gemini e Agena. (Oltretutto con tutte le ridicole voci sul ruolo che avrebbe avuto nella fantomatica messa in scena al posto del reale allunaggio, ci sarebbero state maniere molto più sottili e gustose di inserire un qualche riferimento.)
Sta di fatto che da qualche parte qualcosa si inceppa e genera un malfunzionamento nel film.
Purtroppo tutta la soggettività con cui si vorrebbe intrigare lo spettatore, invece lo allontana, perché evitando i riferimenti comuni e azzardando punti di vista insoliti finisce per smontare l’emozione, al punto che infatti si sbadiglia alla grande anche nelle scene clou.
Mancava un film di questo tipo sulla corsa allo Spazio, il futuro lo accoglierà sicuramente in un’antologia ragionata sull’argomento, ma oggi come oggi, preso a sé stante, non appare robusto a sufficienza per convincere per quasi due ore e mezza.

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