Soldado

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31 Ottobre 2018
Regia: Stefano Sollima
Produzione: USA, Italia 2018, 124′
Alla prima regia hollywoodiana Stefano Sollima mette il piede nella stessa buca colta da Paolo Sorrentino con This Must Be The Place: messo nella condizione di filmare ogni cosa finisce per perdersi in tanta abbondanza.
Soldado riprende le gesta dei due protagonisti di Sicario, il contractor Matt Graver (Josh Brolin) e il laconico freelance Alejandro (Benicio Del Toro), impegnati in un’altra missione sporca per conto del Governo. Approfittando della psicosi del terrorismo si vuole scatenare una guerra tra bande del Cartello messicano per fiaccarlo e poterlo gestire più agevolmente. L’innesco per la faida è il finto sequestro della figlia di uno dei capi. Nel prologo si esplorano i confini estesi della politica estera contemporanea: quello piú prossimo della frontiera con il Messico e quello piú remoto tra Africa e Medio Oriente dove fermentano i nuclei terroristi. Sollima realizza fin dove può un action massiccio e teso, soffermandosi sulle dinamiche politiche e economiche con cui si conducono operazioni militari spregiudicate. La trama dell’intrigo emerge sufficientemente chiara nonostante la complessità, la cinica ricerca di un falso pretesto consente un dispiego di mezzi straripante: il timbro del governo sblocca i fondi per reperire sul mercato droni, black hawk e le tecnologie più spinte per combattere una guerra in hd senza sporcarsi le mani più di tanto. Sollima e la sua squadra indugiano sugli equipaggiamenti ipertrofici per sottolinearne la pericolosa dipendenza. Il piano di Graver procede infatti fino a quando la missione viene puntualmente irrorata, ma non appena i fondi vengono tagliati, per gli agenti sul campo cominciano i guai. Emblematica la scena in cui i personaggi tengono una teleconferenza in una saletta ristoro dove i distributori di snack restano desolatamente vuoti. Da quel punto é tutto un cercare di portare a casa pelle e pellicola. Uno dei due protagonisti si perde nel deserto con una ragazzina a carico, in una situazione banalmente zorresca, con tanto di servo muto con cui parlare una lingua franca. L’altro temporeggia mentre la colonna sonora comincia a battere l’inesorabile scandendo impietosa la pesantezza della seconda ora. Senza più sponsor a sostenerli possono contare solo sulle proprie abilità, e come da prassi, si entra in una fase in cui nessuno sbaglia più un colpo, il che non è certo un bene per un film che sembrava costruito per atmosfere ambigue e pseudorealistiche ma che finisce per risolversi in uno sfascio di incoerenza di scrittura e di regia.
Al di là del deludente epilogo, quello che manca sin dall’inizio è un punto di vista in cui immedesimarsi. Nel primo capitolo il personaggio di Emily Blunt svolgeva la funzione di avatar per lo spettatore, che si approcciava alla visione con una distinzione piuttosto definita dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, per poi accorgersi, dopo essere stata usata, di come tutto sia più confuso ambiguo e corrotto. La sua agente benché umiliata e sconfitta restava comunque un elemento positivo, e si poteva entrare in empatia e vivere il conflitto al cuore della sceneggiatura. In questo secondo capitolo invece non è possibile costruire nessun tipo di legame, perché oltre a essere tutti negativi e meritevoli di punizione, i personaggi restano chiusi in loro stessi, non concedendo spiragli all’interpretazione. Perfino la figlia del boss, che potrebbe sembrare l’anello debole, viene caricata di un’arroganza e di una saccenza che la tengono a distanza da qualsiasi simpatia.
Molte pretese e poca resa.

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