BlacKkKlansman

Blakkklansman

01 Ottobre 2018

Regia: Spike Lee
Produzione: USA 2018, 128’

È un ritorno irruento quello di Spike Lee, che dopo aver fatto un po’ perdere le tracce, si riprende con forza il suo posto sotto i riflettori.
BlacKkKlansman si apre e si chiude con due parentesi.
La prima sequenza è uno stralcio da Via Col Vento (1939): ai piedi di una sgomenta Rossella O’Hara giace un campo di soldati feriti sui quali sventola malconcia ma fiera la bandiera confederata. Segue una specie di backstage anni ’50 in cui Alec Baldwin nei panni di un fantomatico Dr.Kennebrew Beaurgard sproloquia sulla volontà divina di separazione e supremazia razziale bianca. Sulla sua faccia si proiettano le immagini di The Birth of a Nation, mitico film del 1916 di D.W.Griffith, che se da un lato costituisce una pietra angolare nella storia del Cinema per le sue innovazioni narrative, dall’altro è considerato colpevole, col suo clamoroso successo, della resurrezione del Ku Klux Klan sostenendone il ruolo nel reprimere le rivendicazioni dei neri dopo la Guerra di Secessione e nel ristabilire la sopraffazione e la segregazione sopravvissute ufficialmente fino alle porte degli anni ’70.
La seconda parentesi è speculare per costruzione ma ribaltata nel senso. Sulla chiusura del film arriva violentissima l’auto che il 12 Agosto 2017 travolge un gruppo di manifestanti a Charlottesville uccidendo una ragazza e ferendo gravemente altre diciannove persone. La scena è spietata e scioccante, la berlina grigia è un missile che spazza la folla infilandosi tra le carni prima di inserire la retro e completare il massacro. Stavolta i feriti sul campo sono cittadini in protesta contro la resistenza di nostalgici e suprematisti bianchi alla rimozione di statue e monumenti inneggianti gli eroi sudisti. Segue il discorso del Presidente Trump (non più il suo imitatore) che minimizza i disordini di quei giorni insinuando una legittimazione della violenza offrendo quindi copertura agli eredi del KKK.
Dentro alle parentesi scorre una “f*tt*ta storia vera”. Più o meno. In un arco temporale mai precisato, ma che dai riferimenti si può estendere tra il 1972 e il 1979, si svolge l’indagine sotto copertura di Ron Stallworth, primo agente black del comando di Colorado Springs che si infiltra nel Klan per sbugiardare la versione ripulita che l’organizzazione si sta costruendo. Visto che è nero (lo interpreta – e bene – John David Washington, figlio di Denzel) i suoi contatti si limitano al telefono, mentre il suo collega Zimmerman (Adam Driver, che intanto Adam Driver non sbaglia un film) si accolla i rischi del vero infiltrato impersonandolo alle riunioni di quei pazzi scatenati.
L’azione si svolge in tre fasi principali: nella prima è posto il tema di una comunità nera che fatica a trovare una propria identità; attraverso meetup, comizi e le reazioni che scatenano, Spike Lee promuove una politica di conflittualità più vicina alla lotta di classe che non all’integrazione. Il protagonista parte cercando di affermare la sua identità culturale, personale e etnica all’interno di sistemi chiusi, ma si trova bloccato in una condizione di outsider: come prima recluta nera è destinato a “ingoiare rospi” in posizioni anonime prima di accedere al ruolo di detective, dove comunque continuerà a non essere se stesso fingendosi un bianco al telefono con quelli del Klan, e celando alla sua ragazza il suo essere un poliziotto.
Nella parte centrale si mettono a confronto due comunità, esibendo da un lato la “banalità del male” di un razzismo volgare reso ancora più velenoso dal suo annidarsi nella quotidianità: nelle torte di mele come nelle calibro 38, nelle limonate come nei cappucci bianchi e nelle croci in fiamme; dall’altro si raccoglie lo smarrimento delle minoranze, schiacciate dalla prepotenza culturale (i dubbi di Zimmerman sulle sue trascurate radici ebraiche) e in cerca di rifugio nei pochi spazi rimasti (l’excursus al parco tra i titoli della blaxploitation).
Nel finale invece si costruisce il climax che giustifica la visione belligerante del regista, innalzando il livello di minaccia del Ku Klux Klan e polarizzando le posizioni in campo in un’antitesi radicale a esclusione di qualsiasi mediazione.
Tutte e tre le parti risultano magari prolisse, ripetendo alcune situazioni in modo un po’ ostinato, ma sono armonizzate da un crescendo efficace che passa dai toni gagliardi e funky della prima parte all’ostilità serpeggiante della seconda, fino a una conclusione più classica e poliziesca. Il film oscilla continuamente tra il ritmo della commedia arguta e la suspense del thriller, e restituisce allo spettatore la sensazione di avere per le mani un giocattolo divertente ma pericoloso, dalla superficie liscia e colorata ma dal peso che pretende attenzione. Corre di certo la rabbia di Spike Lee, ravvivata dal linguaggio aggressivo e scurrile che mette in bocca ai suoi personaggi, così come preme l’urgenza di agganciare la sua storia all’attualità, fissando frequenti riferimenti agli slogan e ai riflessi che oggi conducono il dibattito. Nonostante lo spirito sostanzialmente scanzonato dei suoi sbirri infatti, l’ultima risata quasi si strozza in gola, investita senza pietà da una Dodge Challenger grigia in un bel pomeriggio d’Agosto.
Gran bel ritorno.

“We were in pre-production when Charlottesville happened”
“I was watching TV, my brother Anderson Cooper. Agent Orange” (his nickname for President Donald Trump) “the Klan, the alt-right, David Duke. They wrote the ending.”
“That is nothing more than a terrorist act” “Homegrown, apple-pie, red, white and blue terrorism”. 

Spike Lee

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