L’Uomo che uccise Don Chisciotte

l'uomo che uccise don chisciotte

28 settembre 2018

Regia: Terry Gilliam
Produzione: Gran Bretagna, Spagna, 2018, 132’

Una decina d’anni fa, aspirante filmaker, Toby Grisoni girò in Spagna una versione neorealista (quasi pasoliniana) de Le Avventure di Don Chisciotte. Oggi, dopo una carriera nella pubblicità, si ritrova sugli stessi luoghi a dirigere lo spot di una Vodka per un arrogante imprenditore russo. Il ricordo degli entusiasmi giovanili denuda una crisi creativa che lo spinge sulle tracce dell’ispirazione perduta. Visitando i vecchi protagonisti del suo primo film scopre di aver lasciato dei rotti dietro di sé: l’innocenza della piccola Duclinea pare essersi corrotta inseguendo miraggi di celebrità, mentre il povero Javier (eccellente Jonathan Price), vecchio calzolaio che all’epoca spinse a forza nell’illusione di Don Chisciotte, è rimasto incastrato in quel delirio cavalleresco di mulini a vento e principesse da salvare. In sua compagnia, e in foggia di Sancho Panza, Toby dovrà ritrovare la strada verso il set che ha abbandonato, in una caotica Odissea di situazioni tra la modernità e quella che sembra proprio essere la Spagna del ‘600.
Parlare di questo film senza considerare i venticinque anni di tentativi falliti che lo hanno preceduto non si può.
È lo stesso Terry Gilliam a sottolinearlo nel cartello che apre i titoli di testa.
Il risultato finale sembra in effetti discostarsi da quanto raccontato nel documentario Lost in La Mancha, che nel 2002 testimoniava una manciata di settimane di pre-produzione e riprese (subito abortite) della variante con protagonisti Jean Rochefort e Johnny Depp. La versione che esce oggi è costata la metà del budget stanziato allora – diciassette milioni contro trentadue – e i temi che affronta sembrano aver risentito delle peripezie vissute e della visione che si è inasprita nel cuore dell’autore.
La lotta ostinata verso un bersaglio impossibile, reso visibile solo dalla forza dell’immaginazione, l’esaltazione dei valori cavallereschi, il prestigio della nobiltà d’animo: quello di Don Chisciotte è l’unico Mito proposto dalla modernità così potente e versatile da potersi affiancare a quelli ellenistici.
L’eterno conflitto tra l’arida e volgare realtà e un mondo interiore fantastico regolato da alti valori morali ha trovato forma cristallina nella metafora crepuscolare di un vecchio pazzo per sempre in viaggio alla ricerca di imprese eroiche, incurante delle inevitabili cadute e sconfitte.
C’è n’è parecchio di materiale per affascinare il regista dei Monty Python, di Brazil, di Paura e Delirio a Las Vegas e di tanti altri capolavori di caos e anarchia.
Con buona probabilità (almeno rifacendosi al già citato Lost in La Mancha) l’idea iniziale aspirava a qualcosa di universale e clamoroso, con un protagonista dei giorni nostri che veniva proiettato nel passato a vivere come lo scudiero Sancho le avventure del “vero” Don Chisciotte.
La sceneggiatura finale riduce invece il respiro generale e sceglie la direzione di un attacco alle pratiche che governano la realizzazione di un film, dinamiche che evidentemente Gilliam ha pagato caro con la frustrante genesi di questo progetto.
In estrema sintesi si può azzardare che la figura di Don Chisciotte sia la proiezione di quello spirito nobile e avventuroso che il regista ha abbandonato in gioventù per conformarsi all’industria della pubblicità (vista come la deriva più estrema del cinema commerciale); un mondo superficiale e viscido dove comandano i produttori e i finanziatori, dove di fronte al denaro ogni sopruso è legittimato e può essere piegato ogni legame. La missione di Toby è dunque quella di ricongiungersi con quello spirito giovanile per evadere da un sistema che lo ha reso sterile e ritrovare la sua natura di artista. La personalizzazione di Terry Gilliam nell’assalto che porta ai suoi nemici giganti è evidente e fa sì che gli aspetti privati prevalgano su quelli artistici.
Privilegiare un certo taglio, se da un lato consente al film di non scappare via, dall’altro ne limita le potenzialità, a maggior ragione perché si concentra su temi e modi già ampiamente esplorati dal genere.
Difficile tra le righe non pensare a Otto e ½ di Fellini, ad esempio, appunto per i temi, ma anche per quei personaggi femminili così stereotipati e antagonisti rispetto allo scopo dell’eroe.
Pur non mancando di baraonda e di situazioni stranianti, create dall’ambiguità delle ambientazioni, dall’alternarsi senza logica dell’inglese con lo spagnolo (almeno in versione originale), dalle irrinunciabili inquadrature sbilenche, questo Don Chisciotte non si distingue per originalità e non può certo brillare come il capitolo più luminoso della carriera di Terry Gilliam. Tuttavia si può star sicuri che ne rappresenti il trofeo più caro, il sogno più inseguito, tante volte sfuggito ma finalmente raggiunto.
Una soddisfazione evidente nel carattere beffardo che percorre tutto il racconto, girato con la consapevolezza e l’orgoglio di aver messo un punto su una storia che rischiava di essere cancellata per sempre.

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