Don’t Worry

don't worry

19 Settembre 2018

Regia: Gus Van Sant

Produzione: USA, 2018, 113’

“Non sento più il mio corpo, e dove riesco a sentirlo mi fa male.”
“Tranquilli, non può essersi allontanato molto a piedi.”
A voler strizzare l’ultimo Gus Van Sant potrebbero essere queste le due battute che lo sintetizzano. Una disgrazia tragica e un cinismo beffardo per affrontarla.
John Callahan nasce nel 1951 e muore nel 2010. All’età di ventun anni resta paralizzato dopo un incidente stradale. Prima e dopo è stato un alcolizzato.
Per domare i suoi tormenti comincia a disegnare vignette corrosive che spaccano il pubblico tra chi si scandalizza e chi ne apprezza l’irriverenza.
Don’t Worry parla di schiavitù e degli sforzi per liberarsi.
Gus Van Sant conosceva John Callahan perché entrambi erano di Portland e perché Robin Williams li aveva coinvolti nel progetto di trarre un film dall’autobiografia del vignettista. Ci lavorarono insieme nei primi anni 2000, rimandando continuamente la conclusione. Le tracce di quegli anni sono evidenti nella ritrovata prossimità con cui il regista si rapporta al soggetto. L’incanto dell’adolescenza, colta nella struggente fragilità del suo finire, è il tema più ricercato e più riuscito della filmografia di Van Sant, e chi ha amato i giovani protagonisti di Elephant, Paranoid Park e Last Days (ma anche dei precedenti Will Hunting e Finding Forrester), riconoscerà negli occhi chiari di Don’t Worry gli stessi ragazzi ormai cresciuti, feriti e smarriti.
Il racconto della vita di John Callahan è spezzato come la sua schiena: va avanti a strappi tra il passato di furore, il presente di recupero e il futuro di sollievo.
Prima dell’incidente ha già alle spalle dieci anni di alcolismo, un’infanzia da orfano e una rabbia cieca che affoga nella tequila. Una sete umiliante lo costringe, giovane pieno di carisma e talento, a nascondersi dietro le auto schiavo di un sorso in più. La catena che lo lega ad altri disperati è la condanna che gli rovina la vita, fino alla notte in cui insieme a un tipo appena conosciuto vanno a schiantarsi contro un palo. Arrivano anni di fatica e carrozzine, azzeramento dei rapporti, un assistente inaffidabile e gli Alcolisti Anonimi. Un piccolo gruppo di questi in realtà, guidati dal magnetico Donnie, grande personaggio in bilico tra dramma e cialtroneria interpretato da un impressionante Jonah Hill. Sono loro, coi loro dodici passi, a fare da luce per uscire dal disastro, con la condivisione di una dipendenza capace di divorare le sfortune più atroci, a riparametrare l’esistenza di un uomo ferito e quasi annientato. Un percorso non semplice e non lineare, che Callahan affronta scettico, ma che lo porta a prendere coscienza della sua condizione e del suo – legittimo o no – piangersi addosso. La nuova consapevolezza lo convince a dedicarsi al disegno, attività per lui faticosissima e totalizzante, che riesce ad allontanarlo dalla bottiglia per conquistarsi un nuovo ruolo e quindi una nuova dignità.
Le tre età vengono mischiate come un mazzo di carte. Sfruttando l’immagine sostanzialmente stabile di Joaquin Phoenix (bravissimo ma di certo non un ragazzino) e nascondendo i pochi riferimenti temporali, Gus Van Sant crea nello spettatore una sottile frustrazione (ad esempio anticipando l’incidente ma evitando poi di mostralo).
Con lo stesso intento utilizza un montaggio frammentario: split screen, zoom, rapidi fuori fuoco.
Per quasi tutto il tempo viene da chiedersi il perché di un uso così sfacciato dello zoom, ma a un certo punto capita di sentirsi come quando ci si vuole alzare da una sedia ma non ce la si fa, allora magari era proprio quello l’obbiettivo: in un qualche modo far sentire il pubblico come poteva sentirsi un uomo pieno di energia che sfrecciava come un pazzo con la carrozzina ma sempre comunque imprigionato.
La paralisi però è inevitabile e irreversibile, si può solo prenderne atto, e la narrazione preferisce concentrarsi sul conflitto con un nemico contro cui ancora si può lottare.
Il cuore del film è infatti negli anni in cui Callahan si rende conto di come tutti i suoi guai dipendano dal modo sconsiderato in cui ha cercato di anestetizzare le proprie emozioni. Seppur di caratura maggiore infatti, le figure che lo affiancano nelle altre fasi non vanno al di là della mera funzionalità verso la storia.
Jack Black fa sempre ridere ma in fondo il suo Dexter serve solo per guidare John al suo destino, così come Rooney Mara nella parte di una fata turchina incantevole quanto impalpabile, al punto che la sua reale esistenza resta in dubbio fino alla fine.
Gus Van Sant celebra l’amico sottolineandone la forza d’animo e l’ironia, mostrandolo mentre tocca il fondo, ma lasciando sempre viva una vena di sferzante sarcasmo che si manifesta in certe battute fulminanti e nelle vignette, che si animano a ulteriore prova del fermento e della vivacità del loro autore.
Il desiderio di essere apprezzato, che nasce evidentemente dall’essere stato abbandonato, giustifica la frenesia inarrestabile che lo muove; allo stesso tempo non vuole semplicemente piacere ma brama una considerazione maggiore, che comprenda lo spirito feroce dei suoi disegni.
Il film funziona perché evita ogni eccesso, giocando più sulle sconfitte che sulle vittorie, ma sorvolando sulle parti più tragiche per non innescare pietismi, e diluendo i pochi successi che lo avrebbero portato a un lieto fine scontato.

 

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