Lucky

Lucky

 

John Carroll Lynch
USA 88’

29 Agosto 2018

Il pomeriggio del 15 settembre 2017, in una camera del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, dopo novantuno anni, Harry Dean Stanton ha smesso di respirare.
Una delle muste più familiari del cinema statunitense, capace di marcare il cartellino di almeno 120 titoli dal 1956 al 2017 ci ha salutato per sempre.
Qualche settimana prima erano terminate le riprese di questo suo ultimo film, scritto da un amico prossimo, Logan Sparks, e diretto da John Carroll Lynch, un altro che in quanto a comparsate e ruoli laterali non scherza per niente.
Per questo e per altri motivi Lucky rappresenta un testamento sincero e un saluto affettuoso a uno dei più cari compagni di viaggio che abbiamo avuto la fortuna di incontrare.
Il senso di morte, la consapevolezza della fine, aleggiano da ogni alba nelle giornate di un vecchiaccio cocciuto che si trascina come una scarpa frusta tra i bar e le botteghe di Cave Creek, Arizona, quattro strade secche e una chiesa, circondate da pendii bruciati e cactus all’erta, in costante attesa di quel poco d’acqua che c’è.
In paese lo chiamano Lucky perché fino a qui gli è andata bene: ha schivato la parte peggiore della Guerra e si è ritrovato con una salute di ferro che alla sua età gli permette ancora di bere e fumare e campare da solo. Ha trovato il suo ritmo nello yoga fatto in fretta e nei cancheri tirati al vento, nei litri di caffè e nelle chiacchiere alcoliche con il fidato Howard. Una routine che lo appaga e su cui infilza giornate tutte uguali fino a quando l’orologio guasto della caffettiera elettrica non lo fulmina con il sospetto che il tempo possa fermarsi, e finire. L’episodio lo turba al punto che tutti in paese avvertono il suo disagio e si premurano di non fargli mancare vicinanza e affetto nonostante opponga loro un atteggiamento ruvido e austero. Nei giorni che seguono intraprende significativi scambi di battute con le persone che incontra, che diventano di volta in volta le sponde su cui riflettere e modellare il suo pensiero fino all’accettazione del senso della vita. Un percorso spirituale ateo che ricopia la visione del mondo dello stesso Harry Dean Stanton, chiudendo il cerchio sul suo protagonista e investendo il film dei crismi del testamento artistico e intellettuale. Sua la forte convinzione che non esista nessun Dio o nessun aldilà, e che la vita vada attraversata accogliendone anche gli eventi più spiacevoli (come la bambina giapponese del racconto tra veterani); sua anche la voglia di distinguere tra il realismo, inteso come la capacità di vedere le cose per quello che sono e agire di conseguenza, e la differenza di percezione propria di ognuno, che fa sì che quello che veda Lucky possa non corrispondere a quello che vede un’altra persona. (Sottolineatura, quest’ultima, che pare giustificare la testarda difesa di tabagismo, alcolismo e altri vizietti bruscamente passati di moda dopo aver rappresentato per più di mezzo secolo stili di vita più che rispettabili.)
Consapevole dell’importanza personale e dei significati di cui si sarebbe caricata questa sua ultima fatica, Stanton non si risparmia e offre al pubblico un’interpretazione il più ampia possibile, esibendo la vecchiaia del suo corpo novantenne, affaticato ma non debole, deciso ad avanzare nonostante passi che pesano quintali; esponendo la pelle macchiata ormai consunta e i denti gialli che non si sottraggono al sorriso; impegnandosi nella parte dell’ubriaco o in una sentita cantata mariachi.
Un ritratto più intimo che biografico, dunque, un capitolo finale curiosamente coadiuvato da una coppia di omonimi che per l’occasione si scambiano i ruoli.
Il primo è John Carroll Lynch, attore prolifico che forse per la sua vita professionale condivide con Stanton una certa sensibilità affine. Alla sua prima regia non brilla per originalità e forse tradisce qualche incertezza, ma sa imbastire un’efficace simbologia giocata sia su certi oggetti, come le parole crociate su cui Lucky si impegna alla ricerca di una definizione (sottintendendo la ricerca di senso inseguita dal protagonista) sia sugli animali, come la tartaruga testuggine di Howard (facile richiamo alla longevità e alla pazienza della carriera di Stanton) e i grilli (che come il personaggio di Lucky sono apparentemente coriacei ma dotati di un canto squillante), infine sul colore rosso, il cui uso, dagli abiti alle bevande alle luci, percorre tutto il film segnalando intensità e drammaticità.
Il secondo Lynch è, ovviamente, David, lo sponsor più celebre e prestigioso di Stanton, che ha diretto in Twin Peaks, Cuore Selvaggio, Inland Empire e chissà quante altre volte si sono frequentati, e che qui recita nel ruolo di Howard, un personaggio un po’ matto ma l’unico per cui Lucky provi una simpatia che è quasi comunanza, e per difendere il quale non esita a perdere le staffe. Praticamente la sola persona che il vecchio cerca, se si eccettua il fantomatico individuo all’altro capo del telefono verso cui cerca risposte quando si fa sera.
David Lynch si presta al ruolo di comprimario con generosità, marcando la pellicola con la sua presenza iconica e conferendole una sfumatura eccentrica e divertente che non guasta affatto.
Un’uscita di scena alla grande, con stile, che rende giustizia a un attore forte del suo saper incidere la memoria degli spettatori anche restando di lato per quasi tutta la sua carriera.
Ce l’hai fatta Harry, hai infilato la faccia in tanti capolavori indimenticabili.
Non ci mancherai mai. Perché ti rivedremo ovunque, per sempre.

 

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