Un sogno chiamato Florida (The Florida Project)

il

un sogno chiamato florida

31 marzo

Attorno al DisneyWorld di Orlando si raccolgono i resti colorati e festosi di un’eterna vacanza. Una sequenza infinita di giganteschi fast food, gelaterie, aranciaterie, parchi giochi, braghe corte, turisti, piscine, costumi, vacanzieri, macchine del ghiaccio, comparse e naufraghi, si avvicenda per una riviera verniciata di fresco e abbandonata di corsa.
Non esistono case da quelle parti, solo motel, parcheggi e distributori.
È una propaggine di Luna Park dove va tutto bene finché righi dritto, ma se sgarri sei fuori da questo purgatorio flou solcato da oscuri elicotteri, sentinelle onnipresenti che col loro frullare sorvegliano e ricordano alle anime in sosta che altri, più fortunati, abitano un paradiso forse appena un po’ più in là.
La piccola Moonee e sua madre Halley sono troppo giovani e combattive per sottomettersi alle regole del gioco e cavalcano gagliarde il ruolo di chi non ha niente da perdere.
Occupano a intermittenza una stanza in un residence come tanti, sotto l’occhio vigile e premuroso del factotum Bobby, uomo di buona volontà e di grande cuore.
Con i suoi amichetti di scorribande, Moonee infila giornate beffarde scorrazzando indomita in quell’asilo a cielo aperto senza maestri e con pochi guardiani. Dell’abbondante offerta di divertimenti confezionati se ne infischia, molto meglio la vita randagia dei monellini, combinando guai e dispetti agli ospiti che si alternano nei motel della zona, parcheggi per vite che si fermano un attimo e poi vanno via, a cercare altrove fortune e sfortune.
Se le piccole pesti non si tengono, e oppongono alla vacuità che le circonda la loro freschissima esuberanza, i grandi faticano ogni giorno di più a far tornare i conti, soffocati dal guinzaglio degli affitti settimanali, avvelenati dai cibi pronti da un dollaro, tentati dalla falsa promessa di un riscatto vicino ma irraggiungibile, la pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno.
Halley si dà man forte con l’amica Ashley, vicina di casa e per molti versi quasi una sua gemella, con vite parallele destinate a scontrarsi proprio quando le scelte più prudenti di una delle due le condurranno in direzioni opposte.
C’è qualcosa di magico in questo straordinario film di Sean Baker.
Ci sono momenti bellissimi, di una tenerezza irresistibile, in altri ci si commuove, ovviamente, ma senza ricorrere a nessun cliché smielato.
Brevi attimi in cui si intravede qualcosa che si agita sotto le apparenze di una pellicola che avvolge i suoi contenuti coi toni di una commedia allegra e scanzonata, esattamente come i trucchi effimeri di uno sterminato villaggio vacanze decorano la desolazione di una società allo sfascio.
Un film coi bambini, a prima vista come tanti altri, con la camera ad altezza infante, faccine furbe e buffe situazioni che strappano sorrisi, riveste le schegge nascoste negli angoli bui di quello che non viene detto.
Negli eterni tramonti si consuma il prolungato crepuscolo di un mondo che muore, pensato per autoalimentarsi attraverso un divertimento reiterato e ormai incapace di sostenersi, crolla pigramente seppellendo sotto detriti plastificati chi vi si trova imprigionato.
Per quei beati/condannati nessuna speranza di lasciare il luccicante limbo del Progetto Florida, solo l’illusione di una corsa sfrenata verso una favola più grande.

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