Foxtrot

il

foxtrot

26 marzo

Dice nel film che il Foxtrot è un ballo che dove vai vai tanto torni sempre al punto di partenza.
Dai trailer poi sembrava che si trattasse di una storia giocata sul surreale e sul grottesco, con dei lati anche divertenti, o quasi. Che è un modo un po’ sleale di buttarla giù. Foxtrot è uno di quei film con dentro un meccanismo di cose da scoprire, alcune si scoprono man mano, altre sono lasciate alla perspicacia dello spettatore. Si compone di tre blocchi, ognuno dei quali ha all’interno una breve scena di ballo.
Quando l’esercito israeliano comunica alla famiglia la morte in servizio del giovane Yonatan Feldmann, la madre sviene subito, mentre il padre affronta il dolore in un silenzio rabbioso e compresso. La consumata prassi della burocrazia israeliana nel gestire i funerali dei caduti costringe i famigliari a prendere coscienza del lutto in modo sbrigativo. Fino a qui: allegria poca.
Il blocco successivo riprende quattro soldati dislocati in un posto in mezzo al niente dove fanno la guardia a una sbarra dalla quale passa un cammello.
In più sono accampati davvero male in un container che sprofonda nel fango. Questa parte centrale è quella dove si raccolgono gli elementi più surreali. Il checkpoint Foxtrot è una frontiera dimenticata nel tempo e nello spazio. Fino alle delucidazioni finali, infatti, la vicenda raccontata potrebbe svolgersi nel presente o nel passato, e il suo essere di frontiera si presta alla messa in scena di piccoli e stranianti sketch, che con le loro atmosfere quasi felliniane alludono all’assurdità del conflitto combattuto da Israele.
Quando sembra che il tono del film si risollevi, la pattuglia è travolta da uno scandalo così grave e drammatico da dover essere, letteralmente, insabbiato.
La parte finale ritorna sui genitori di Yonatan che, in un intervallo temporale ancora diverso, affrontano una sorta di estrema crisi di coppia e un doloroso tentativo di riconciliazione.
Attraverso una serie di situazioni simboliche più o meno evidenti, il regista mette in scena la drammatica follia della guerra e l’ineluttabilità delle sue conseguenze. Contando su una certa propensione visionaria e su inquadrature personali, trova una strada efficace per rendere lo spaesamento attraverso prospettive insolite. Tuttavia il risultato finale è più noioso che altro, poiché le suggestioni disseminate nella pellicola non riescono a farsi strada tra i mille sensi di colpa e i toni eccessivamente lugubri che appesantiscono troppo il film.

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