Ready Player One

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ready player one

3 aprile

Come già successo altre volte in carriera, Steven Spielberg firma a distanza ravvicinata due lungometraggi apparentemente lontani: al convincente The Post, dall’impianto storico e robusto, fa seguire questo immaginifico Ready Player One, un blockbuster spettacolare che parte pompatissimo e si affloscia via via.
Sempre secondo tradizione, il regista di Salvate il Soldato Ryan e Minority Report si prende la prima mezz’ora per mostrare i muscoli e lasciare tutti a bocca aperta, e sfoga tutta la potenza di fuoco di cui dispone attingendo tanto a un talento fuori discussione quanto alla sfarzosità concessa da un budget illimitato, per raccontare una distopia fantascientifica che un po’ biasima e un po’ corteggia.
Nell’anno 2045 la popolazione degli Stati Uniti evade la miseria di una desolante condizione urbana investendo risorse e aspirazioni in un mondo virtuale abitato dai propri avatar. Questa simulazione si chiama Oasis e funziona secondo le logiche tipiche dei videogame: attraverso una serie infinita di sfide gli utenti accumulano o perdono crediti da spendere in store digitali dove acquistare upgrade per scalare le posizioni di un’affollatissima classifica.
Il patetico sociopatico ideatore del tutto, prima di morire ha nascosto nel gioco un easter egg raggiungibile raccogliendo tre chiavi, a soluzione di altrettanti enigmi. La conquista di questo misterioso graal consegnerà al vincitore il comando della ricchissima software house proprietaria di Oasis, e quindi, di fatto, del tempo libero di tutti i suoi utenti.
Replicando i meccanismi e le dinamiche classiche dei videogiochi, Spielberg arricchisce il gameplay del suo film con una scarica serrata di citazioni e omaggi alle icone tipiche di quell’immaginario influenzato dall’estetica e dai cliché “americani”, che tra gli anni Ottanta e Novanta si è conformato e affermato come “cultura di massa”.
Batman, Gundam, Il Grande Gigante di Ferro, Shining, Mortal Kombat, Ritorno al Futuro, Donkey Kong. La particolarità della pellicola sta proprio nel saccheggio senza vergogna che il regista, da sempre uno dei grandi protagonisti della scena pop, fa di quell’archivio di situazioni e ricordi, comuni alle infanzie e alla gioventù degli attuali quarantenni.
Ne viene fuori, come si dice, un film per grandi e per piccini, senza neanche una parolaccia, pieno pieno di WOW, ma con tante di quelle strizzatine di occhi che alla fine vengono quasi a noia.
Perché dopo un inizio assolutamente esaltante e una parte centrale spiazzante ma divertente nella sua sfacciata irriverenza, ci si rende a un certo punto conto che tutti quei milioni spesi in copyright servono solo a incartare la solita vecchia storia, trita e ritrita e ritrita, di un giovane americano bianco che guida una rivolta contro un altro americano bianco ma ricco, per riscattare una moltitudine di poveracci composta da altri americani bianchi. Va da sé che alla fine i buoni legittimano la loro virtù trovando la ricchezza, e l’eroe i baci di una bella e caparbia rossa in canottiera.
Ecco, arrivati a questo punto dare un giudizio su Ready Player One diventa difficile.
Se ci si limitasse alla lettura ludica e infantile della storia, lo si potrebbe tranquillamente ritenere un riuscitissimo esempio di intrattenimento per bambini o ragazzini.
Siccome però il gioco di citazioni e di rielaborazione dell’immaginario chiama continuamente in causa lo spettatore più vecchio, diventa importante interrogarsi su quale sia l’aggiornamento del modo di raccontare a cui dovrebbe portare questo processo. Una volta riconosciuto, rimasticato e rimetabolizzato, il codice di immagini che nel bene e nel male ha contribuito a formare la visione del mondo di almeno tre generazioni, quale conclusione si può trarre? Quale direzione potrebbe o dovrebbe prendere un nuovo sguardo sulle storie e sulla realtà?
Se la domanda fosse posta in questi termini, la risposta fornita da Spielberg spiccherebbe per povertà e ristrettezza di vedute.
Certamente si può anche continuare a difendere il film enfatizzandone le intuizioni, riconoscendo la finezza di certe soluzioni, come il dissolversi in monetine degli avatar colpiti, e si può indubbiamente apprezzare lo sforzo di scrittura che converte una sceneggiatura nel gameplay di un gigantesco videogioco. Tuttavia traspare in questa scelta di sottostare ai cliché, in questo modo ripetuto e insistito di raccontare le storie, una schiavitù intellettuale opprimente. Davvero ci si può accontentare di rappresentare il multiculturalismo e la complessità attuale attraverso un’afroamericana da macchietta e una coppia di adolescenti asiatici? Davvero abbiamo ancora bisogno o voglia di vedere combattimenti e gente che si picchia per delle mezze ore di film? Davvero dobbiamo continuare a dividere il mondo tra chi porta la felpa e chi la cravatta? A cosa serve inglobare e rianalizzare il passato se siamo sempre al punto di partenza?
Boh? Peccherò di certo di snobismo, ed è altrettanto certo che non è in un film di Spielberg che si va cercando spessore, ma non posso non scorgere nello sdoganamento del pop (come, e peggio, del trash), l’accenno di un compromesso al ribasso di cui non sento il bisogno, un tentativo piuttosto avvilente di verniciare la mediocrità con uno smalto che per quanto brillante, rischia di finire per confondere l’affetto con la cultura.

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