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6 febbraio

Nell’estate del 1971, in piena guerra del Vietnam, il New York Times pubblica stralci incandescenti di un enorme studio Top-Secret che raccoglie le prove e le impressioni sul coinvolgimento degli Stati Uniti nel Sud Est Asiatico fin dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale. Ingerenze che vanno dall’influenzare gli esiti delle elezioni locali ad armare questo o quell’esercito, fino al dispiego di truppe e alla fallimentare e sanguinosa campagna che ne è seguita.
L’iniziativa nasceva dalla volontà di Robert McNamara (Segretario alla Difesa da JFK al 1968) di documentare scrupolosamente ogni aspetto della gestione di uno scenario politico così intricato.
Il dossier è trafugato dalla sede di una delle agenzie incaricate di compilarlo.
La provenienza illegale dei protocolli permette all’allora Presidente Nixon di frenare l’iniziativa del New York Times.
In questo spazio si inserisce la redazione del Washington Post, che trova altri canali per raggiungere le fonti, accedere ai documenti e attaccare la Presidenza in difesa della libertà di stampa.
La possibilità di inseguire uno scoop così prestigioso è motivo di contrasto tra il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) e il suo editore Kay Graham (Meryl Streep), figlia e vedova dei precedenti proprietari del quotidiano e preoccupata dalla contemporanea transazione che deve portare il giornale ad essere quotato in Borsa.
Su questo intreccio corrono due temi principali: il ruolo della stampa come Watch Dog del Potere, e la condizione della Donna in una società fondata e modellata dal punto di vista maschile.
A Tom Hanks il compito più facile; il suo direttore tutto d’un pezzo, paladino integerrimo della libertà di espressione, diverte con un atteggiamento burbero e qualche battuta azzeccata e si conquista le simpatie del pubblico seguendo lo schema. Ma in fondo è un personaggio che se ne sta al sicuro, riparato dalla propria audacia e da quell’eroismo che ci si aspetta in un film del genere.
Ben più impegnativo, ma anche appagante, il ruolo di Meryl Streep, assolutamente s_t_r_e_p_i_t_o_s_a nel restituire tutte le emozioni e i fremiti del suo personaggio. Una donna non più giovane, incastrata in un ruolo che non è convinta di meritare, intimidita dalla pressione invadente e arrogante di un sistema che la sopporta con diffidenza e paternalismo. Seguendo i suoi passi, camminando al suo fianco, lo spettatore attraversa una nebbia oscura fatta di sufficienza e piccole meschinità, avvertendo la solitudine imposta da un costume diffuso, che per le donne prevede compiti e spazi ben definiti: la cucina, il gossip, le faccende.
Questo secondo tema attraversa il film come una corrente carsica, Spielberg lo tratta con diversi gradienti, a volte rendendolo palese, altre volte nascondendolo sottotraccia, suggerendolo con allusioni o ammiccamenti.
Consideriamo che oggi il Washington Post è del proprietario di Amazon e che il Presidente degli Stati Uniti non perde un’occasione per attaccare rabbiosamente la stampa.
Mettiamoci anche che ogni possibile riscatto o emancipazione femminile deve scontrarsi con fortissime resistenze, che a volte riguardano visioni diverse fra le donne stesse, ma che spesso dipendono dall’irritazione che si genera quando questi movimenti rifiutano di svilupparsi all’interno dei confini e dei limiti dettati dalla società degli uomini.
In questi termini ogni passo avanti viene ridotto a una concessione piuttosto che a una vera conquista.
La luce dell’attualità rende allora splendente il trasporto con cui il film solleva questioni che possono essere prese via dal 1971 e portate qui nel 2018 solo per vedere quanto le cose siano peggiorate.
Non ho mai amato particolarmente Spielberg, gli ho sempre imputato uno scarso coraggio, un’eccessiva attitudine ad accontentare il mercato e lo spettatore più facile a dispetto di mezzi tecnici che gli permetterebbero di fare il film che vuole. Ma stavolta davvero non gli si può dire proprio niente, d’altronde quando metti insieme Spielberg + Streep + Hanks, cosa mai potrebbe andare storto?
Guardare un film così è come fare un giro in Mercedes, magari non ti inchiodi al sedile, o non ti avventuri su terreni scomodi o pericolosi, ma ovunque vai, e a qualunque velocità, è sempre un gran bel viaggiare. In più ha piazzato un paio di chicche di cui non posso che essere felice: Matthew Rhys di The Americans che fa la spia e, soprattutto, l’ultimo minuto del film in cui replica l’inizio di Tutti Gli Uomini del Presidente, capolavoro sullo scandalo Watergate e caposaldo di tutti i film del genere.
Chapeau.

p.s: se il film vi piace e volete continuare, ecco un mini bibliografia consigliata:

Tutti Gli Uomini del Presidente, di Alan J. Pakula, 1976
The Fog of The War, di Errol Morris, 2003
Nella Società degli Uomini, Neil LaBute, 1997
The Newsroom. Tutto. Due volte. 2012-2014

 

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