Corpo e Anima

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corpo e anima

22 gennaio

“Da principio gli animali entrarono nell’immaginario dell’uomo come messaggeri e come promesse. La pratica di addomesticare il bestiame, per esempio, non nacque dalla semplice prospettiva di procurarsi latte e carne. Il bestiame aveva funzioni magiche, talvolta divinatorie, talvolta sacrificali.“
John Berger
Perché guardare gli animali?

L’altro giorno han detto in tv che Londra ha istituito un Ministero per la Solitudine.
Forse l’han fatto dopo aver visto un film come questo, dove l’ennesima storia di due lontananze destinate a incontrarsi è resa particolare da una lettura che non si può che definire “cruda”.
Mària è una giovane dottoressa il cui aspetto candido e rigoroso rispecchia l’innocenza e le inibizioni della sua psiche contratta. È specializzata nel garantire il controllo qualità e ha appena cominciato il suo lavoro presso il macello gestito da Endre.
Questi è più vecchio e più secco, storpio da un braccio, all’apparenza scalcagnato, senz’altro pragmatico, dice quello che deve guardando negli occhi e attraversa la vita come una lama d’acciaio.
Il mattatoio è un piccolo mondo dove persone diverse si mischiano, scandendo il tempo tra il caffè e la mensa che perpetuano i riti sociali. Fuori da lì c’è un deserto livido di cene sul divano e monopiatti. Uno spazio insidioso abitato da rimpianti, dove ricalcolare le occasioni mancate.
Endre approccia Mària, che lo respinge, fino a quando scopre che entrambi ogni notte sognano di essere due cervi, liberi di esplorare un freddo paesaggio innevato. La particolare coincidenza scioglie le resistenze della ragazza e spinge i due l’una verso l’altro in una traiettoria ancora ostruita dai detriti delle loro vite ferite.
Il film è qualcosa di poetico e radicale allo stesso tempo, che sa dove vuole arrivare e ci arriva bello forte, alternando momenti di toccante lirismo a scene schiette e brusche poco adatte ai deboli di stomaco.
Chi lo ama lo fa in modo viscerale, chi non ne viene toccato potrebbe arrivare a detestarlo, per la prepotenza con cui impone certe scene.
Qualcuno ha detto (ad esempio lo diceva Paul Klee e anche John Berger), che il compito dell’arte non è mostrare quello che è già visibile, ma rendere visibile ciò che spesso non lo è.
In questo senso va accolta la scelta di mostrare in modo esplicito la macellazione di una vacca: la sua uccisione, lo sgozzamento, la pulizia e la dissezione delle sue carni.
Una procedura alla base di buona parte dei nostri pasti, o dei nostri abiti. Gesti antichi come le mani, sistematizzati dalla tecnica e sterilizzati dalle coscienze che preferiscono nascondere questa parte turpe e crudele nel limbo delle cose invedibili.
La regista Ildikò Enyedi recupera queste vergogne e le sottopone allo sguardo riluttante dello spettatore, creando un parallelo violento con un altro tabù: cioè l’altra faccia della solitudine, non quella allettante, affrancata dalla schiavitù delle faccende e degli orari, o dalla burocrazia domestica dei compromessi coniugali, ma quella disperata delle giornate a senso unico che finiscono dietro alla porta di un appartamento, davanti allo schermo di una tv. Una prigione molle e narcotica che giorno dopo giorno disarma il coraggio di chi a poco a poco si rassegna a non poter desiderare l’amore.
Lo stesso occhio glaciale che filma l’abbattimento del bestiame, penetra la privacy di questi single sconfortati, calzini spaiati, confutando la tesi di chi vede una libera scelta dietro certi atteggiamenti border-line, ma anzi suggerendovi in trasparenza aspetti patologici e ammonendo severo che “vivere male prima o poi ti fa male”.
Per questo poi ci sono quelli che di questo film potrebbero anche averne paura, e sono i più, mi sa. Perché si avvicina parecchio a quei posti frangibili e privati che si nascondono sotto le coperte o nei barattoli di caramelle gommose.
D’accordo o meno non si può non ammirare il coraggio di una regia dalle soluzioni forti, che sa come stiracchiare la trama avvolgendola stretta al suo messaggio, per dirigerlo verso il bersaglio desiderato.
Orso d’Oro a Berlino 2017.
e siccome ormai ce l’ho in testa:
https://youtu.be/kZZiBnE7sls

 

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