Molly’s Game

il

molly game

21 aprile

Aaron Sorkin noi ti adoriamo
Jessica Chastain per te compiamo sacrifici umani
Alpha e Omega, e in mezzo tutto il resto
C’è poco da dire questo è un film per idolatri.
Devoti della velocità e del poker, delle trame complesse e dei bluff, delle battute serrate, ficcanti come chiodi che si piantano lunghi nella sedia mentre tonnellate di parole travolgono lo spettatore senza lasciargli una virgola per rifiatare.
Nonostante si tratti di una storia chiassosamente vera, che questa Molly Bloom non centri nulla con la mitologica moglie del Leopold Bloom di Joyce ci credono forse quelli che non hanno letto l’Ulisse.
Sorkin è uno scrittore, non un regista, ma ha gusti precisi: Danny Boyle, David Fincher; ruba ai prediletti e usa quello che può per confezionare sceneggiature collaudatissime e oliate.
Così, ad esempio, se i dialoghi e i commenti della protagonista insistono nel sottolinearne la grinta e l’acume, le immagini ne esibiscono la sensualità ammaliante.
Fasciata da decine di costosissimi abiti e pizzi, Jessica Chastain è Sharon Stone e Cate Blanchett insieme; fuoco e ghiaccio, cocaina e champagne.
Nel concitato prologo la si vede giovane sciatrice sul punto di qualificarsi per le Olimpiadi, quando un brutto incidente le spezza la carriera.
Nella scena seguente l’FBI la sveglia in una mattina di dodici anni dopo per arrestarla con accuse terribilmente pericolose.
Ciò che intercorre tra questi due episodi è raccontato rimbalzando tra passato presente e futuro nelle due ore e passa in cui Sorkin tesse la trama della sua fitta versione del sogno americano.
Per aiutare a rimettere insieme i pezzi c’è un avvocato da 250.000 dollari con la cartola infinita di Idris Elba, perfetta incarnazione dello spirito Dem di Sorkin: la faccia di un brav’uomo sul corpo di un atleta, insomma uno con cui c’è poco da scherzare (anche perché dietro quegli occhi buoni si nasconde sempre lo Stringer Bell di The Wire, con tutto quello che gli va dietro).
La storia che ne viene fuori è quella di Molly Bloom, una tipa tosta che oltre a un Q.I sopra la media ha dalla sua una curiosità rapace e l’agonismo di chi vuole arrivare ovunque. Dopo l’incidente avrebbe potuto studiare Legge, invece infila una serie di lavoretti finché si trova a Las Vegas a coordinare un giro di bische clandestine per il suo capo trafficone. Ormai è dentro un mondo illegittimo e esagerato di straricchi e celebrità che ogni notte bruciano milioni in poche ore, dove vede un’autostrada di ricchezza che inforca a tutta velocità come una Lambo, usurpando il titolare e rilevandone il giro. In pochissimo tempo diventa la Regina Rossa di un purgatorio di dannati del Gioco, in cui dietro ogni mano possono precipitarsi abissi di lucrosi illeciti e delinquenza spicciola.
Persino Molly fatica a resistere alla vertigine del successo e dei soldi facili, per stare nel giro bisogna continuare a giocare, ma più si gioca e più la posta si alza, i rischi aumentano e l’aria si fa fina.
Non basteranno le droghe e le amicizie a salvarla dai guai, che anzi le entreranno in casa proprio quando, per stanchezza, abbasserà le difese.
Paradiso Inferno e Purgatorio si succedono disordinati nelle memorie della raffinata manager, audace e scaltra ma a modo suo onesta, o quanto meno leale, figlia di un’idea un po’ distorta di un successo conseguito lavorando sodo e evitando i colpi bassi.
Al di là dell’entusiasmo che può scatenare con il suo ritmo incalzante, il film non è certo perfetto, anzi, come anticipato si tratta di qualcosa dedicato ai fan di un certo tipo di situazioni, in cui la cui complessità intrinseca viene ulteriormente accelerata dalla frenesia di dialoghi che ambiscono a spiegare tutto senza rinunciare al sarcasmo e all’arguzia. Chi non è tanto a proprio agio con questa continua richiesta di attenzione troverà senz’altro eccessivi centoquaranta minuti di spiegoni, oggettivamente riducibili (soprattutto le parti con Kevin Kostner) e che oltretutto spesso tendono a un tono leggermente saccente, troppo politically correct e quindi un po’ paraculo.
È comunque un nuovo valido capitolo, coerente e vivace, della carriera di un autore brillante che sa imprimere il suo marchio in ogni lavoro cui mette mano, che lo faccia come produttore, sceneggiatore e, oggi, come regista.
Aaron Sorkin noi ti adoriamo.
p.s: io che sto su con una doppia coppia, con un full tutta la vita

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