LORO 1

il

loro 1

29 aprile

(questa non è una recensione)

Sono passati ̶t̶r̶e̶ ̶q̶u̶a̶t̶t̶r̶o̶ cinque giorni da quando ho visto il film, e non sono ancora riuscito a buttare giù una riga.
Nel frattempo sono uscite decine di articoli e recensioni che girano tutte più o meno attorno allo stesso concetto.
Parlare di questo attesissimo film allora non è facile; per due principali motivi.
Il primo è il più ovvio e il più ragionevole: il film non è ancora finito, ne abbiamo visto solo metà.
Il secondo è trovare la distanza giusta dalla quale guardarlo: e qui ognuno sceglie la sua.
Si può scegliere di guardarlo come un sostenitore del Cinema di Sorrentino o come un detrattore.
Allo stesso modo si può continuare a parteggiare per quello che Silvio Berlusconi rappresenta, oppure ribadire la propria incompatibilità con quel sistema di riferimento, esistenziale più che politico.
Trattandosi di una rilettura di fatti noti, non correrò il rischio di spoilerare provando a riassumere almeno la struttura di questa prima metà del film, in cui Sorrentino si basa sulla cronaca per interpretare nel suo modo visionario e barocco gli anni degli scandali delle escort e delle “cene eleganti”.
Nella prima parte (della prima parte) uno spregiudicato imprenditore pugliese e la sua compagna si impegnano febbrilmente per inserirsi nell’entourage romano che orbita attorno a Silvio Berlusconi.
Consapevole dei gusti del Cavaliere, l’immorale coppia non lesina a foraggiare, con promesse e cocaina, un harem di ragazze affamate di sogni, indispensabili per ungere le tappe della loro ascesa.
In questa prima parte ci sono molte feste, molta figa, e molta droga.
Berlusconi non si vede. Per la corte oscena che si agita nella baluginante mollezza di una Roma sempre più decadente, “Lui” è una presenza quasi mistica, un Re Sole irraggiungibile che sporadicamente si mostra a illuminare il formicaio famelico appositamente nutrito per intasare i gangli del potere.
La sua venuta è invocata da un deserto di disperati affamati, in parte consci di non valere la metà del loro Sole, in parte illusi, comunque certi del crollo di qualsiasi sistema di merito, ormai soppiantato dal vorace sgomitare sotto la spinta degli istinti più bassi: patetici uomini politici, viscidi impresari, spericolati affaristi, audaci attori e attrici più che ambiziose, tutti ai piedi della tavola in attesa delle briciole che il loro Dio gli concederà.
Fino a questo punto, il timbro grottesco di Sorrentino è praticamente assente dalla regia, relegato al prologo e a una metafora piuttosto esplicita, preludio a un lungo baccanale.
In questa fase esagerare non serve, perché i personaggi morbosi e le situazioni esasperate sono da sole fin troppo spregevoli, proprio per la loro squallida aderenza alla realtà. Camuffarle con i colori dell’artista finirebbe per togliergli gravità, consegnandole al registro della metafora o della farsa. Ma il regista non intende interporre una distanza tra la messa in scena e lo spettatore, anzi, sembra volerlo continuamente sedurre, per attirarlo in una trappola in cui possa prendere coscienza dell’illusoria differenza verso questi “loro”, così esecrabili e indegni, eppure così vicini, così diffusi e mimetizzati, e così colpevoli.
Allora da una parte il racconto delle bassezze e degli abusi, dall’altra le lodi all’estasi artificiale e l’esibizione insistita del corpo nudo delle ragazze, in quegli anni moneta corrente, unica merce di scambio per qualsiasi transazione.
Un tira e molla tra l’accusa e la lusinga che rischia di irritare più che affascinare. Si sentiranno alla fine diversi commenti schifati, offesi dall’effettiva volgarità di certe scene. Viene da chiedersi se quei commenti nascano da critiche oggettive o se non siano a volte la riposta di chi si sente punto nel vivo, sorpreso dall’esposizione di vizi e desideri che il berlusconismo strappa alla sfera privata e rende attori protagonisti della vita pubblica.
Tutto cambia quando entra in scena Berlusconi, o meglio, la sua maschera. Da qui Sorrentino abbandona le vicende dei vari Morra/Tarantini, Kira/Began, Recchia/Bondi+Formigoni e del resto del cast in cui ha sintetizzato i protagonisti delle cronache e dei tribunali, per seguire un’altra astrazione: l’ipotetico ritratto domestico di una crisi coniugale deformata dalla particolarità del marito infedele.
In questa parte del film scatta l’altra trappola del regista, quella che fa credere a molti che il film parli della vita privata di Silvio Berlusconi. Ma quella che compare è però solo un’altra maschera, soluzione che si auto-anticipa nella prima inquadratura in cui il personaggio appare, infatti, travestito da odalisca.
Prima, allora, il grottesco non c’è. Dopo, il grottesco è l’unica cosa.
Candidi agnellini uccisi da condizionatori assassini, uffici improvvisati in un campo da golf, fantomatici aiutanti in bianco, riluttanti calciatori intellettuali: tutti elementi strampalati che offrono il pretesto per ripercorrere un collage di citazioni già sentite.
Seppur ritratto nell’intimità di una vita coniugale allo sbando, infatti, il Berlusconi proposto da Sorrentino è una maschera imprigionata in un’antologia di battute, barzellette e stralci di celebri interviste.
L’unica frase che pronuncia, e che non sia già stata raccolta e divulgata al pubblico, è quella in cui sottolinea al nipote come l’essenza di una dichiarazione non si trovi nel contenuto ma nel tono, e che l’unico valore di un’affermazione risieda nella capacità della stessa di convincere l’ascoltatore.
Tutti gli altri dialoghi riprendono i tormentoni sui giudici, sul suo elettorato, su Putin, sul Milan.
Come dire che non esiste separazione tra il Berlusconi pubblico e quello privato, oppure che, se mai esistesse un uomo dietro la facciata, quell’uomo resta un mistero. E lo resta per tutti, persino per la moglie che sembra continuare ad amarlo nonostante la distanza e le umiliazioni, forse intenerita dall’animo infantile e capriccioso che ha soggiogato gli umori di un Paese intero.
Ma, come detto, nella seconda parte si racconta una costruzione di Paolo Sorrentino, che torna a farsi trasportare dalla dimensione grottesca, per realizzare il proprio di Mistero, un film che fin dal titolo pone una domanda alla quale rispondere: chi sono “loro”? E che, almeno fino a questa metà, vuole provocare un moto di indignazione nello spettatore, sfidandolo a riconoscersi in quegli anni, chiedendogli di ricordare da che parte fosse mentre tutto succedeva, sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole.
Un’ultima sottolineatura al cast, frutto di scelte azzeccatissime, partendo dall’imprescindibile Toni Servillo che per il suo Berlusconi rinuncia all’istrionismo per sciogliersi nelle intenzioni del regista, mostrando spesso trucco&parrucco a sottolineare la natura artificiale e vanitosa del suo personaggio; a seguire con l’intensa Kasia Smutniak, bellissima e bravissima, ammantata di un’aura di fascino e malinconia che la rende desiderabile al di là di ogni sospetto, e poi Elena Sofia Ricci, Scamarcio, Bentivoglio, tutti perfettamente nella parte.
Fino a qui, LORO non parla di Berlusconi ma del berlusconismo, di tutti quelli che non hanno avuto nulla da obbiettare durante quegli anni da fine impero a cui seguono, inevitabili, invasioni barbariche.
Adesso aspettiamo la seconda parte.

qui una guida ai personaggi:
https://www.ilpost.it/2018/…/27/guida-ai-personaggi-di-loro/
qui un articolo che mira al bersaglio del regista:
http://www.rivistastudio.com/…/sorrentino-loro-film-berlus…/
qui invece tutto il resto:
https://www.youtube.com/watch?v=ZbGRLdBIKVM

 

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